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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: domenica 17 maggio 2020, 22:57 
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Ed eccoci al più popolare dei marchi italiani:

LIMA

La seconda guerra mondiale è appena finita. Comincia la ricostruzione e a Vicenza, nell'autunno del 1946, viene fondata ad Isola Vicentina la Lima, Lavorazione ltaliana Metalli e Affini.
L'azienda nasce come struttura specializzata nella realizzazione delle parti in alluminio delle carrozze ferroviarie. Successivamente, le Ferrovie dello Stato riprendono a occuparsi direttamente di questi lavori, per cui la Lima, in possesso di buoni macchinari e di una notevole esperienza nella lavorazione dell'alluminio, si trasforma in azienda produttrice di giocattoli.
Fino verso la fine degli anni Cinquanta, la Lima sforna una quantità notevole di modelli di automobili di vario tipo e dimensioni, imbarcazioni, aerei, armi giocattolo e giochi per bambine. Di questa produzione, e in particolare degli automodelli a marchio Lima, parliamo diffusamente nella scheda del fabbricante nel thread MUSEOGIOCANDO - Auto. Qui viceversa analizziamo gli articoli che maggiormente hanno reso famosa l’azienda di Isola Vicentina, ovvero i suoi treni elettrici.
La produzione di ferrovie giocattolo da parte della Lima inizia nei primi anni ’50, con trenini funzionanti ad orologeria e i primi modelli elettrici, alimentati a pile da 6 volt, che iniziano ad essere commercializzati nel 1957. Accanto a questi c’è anche la linea Brick, un connubio tra treni e costruzioni a mattoncini di plastica, ma l’iniziativa termina presto a causa dello stop imposto dalla Lego. I mattoncini della Lima somigliano infatti un po' troppo a quelli inventati dall’azienda danese, per cui la ditta italiana è costretta ad abbandonare il progetto e ripiegare su prodotti più convenzionali.
Qui interviene l’inventiva di Ottorino Bisazza, che rileva la Lima nel 1953 e nel giro di pochi anni riesce a farla diventare sinonimo di “trenino elettrico” per i bambini italiani (e non solo). Fino a quel momento, a livello europeo esistono solo treni modello, più che altro da collezionismo, e le marche che vanno per la maggiore sono le tedesche Marklin e Fleischmann e l'Italiana Rivarossi. Bisazza ha la geniale idea di creare un prodotto che sia alla portata di tutti, soprattutto dei bambini, ed ecco che grazie a lui nasce in Italia il treno giocattolo, economico ma funzionale.
Per portare avanti il suo progetto di ferrovia in miniatura a basso costo, Bisazza abbandona le produzioni in alluminio e passa alla plastica. I primi trenini sono obiettivamente mediocri e non rappresentano specifici prototipi, ma bastano due pile per farli camminare e sono comunque in grado di rievocare la ferrovia reale. Per questo diventano rapidamente popolari.
Già all’inizio degli anni Sessanta la Lima comincia a sfornare riproduzioni modellisticamente abbastanza raffinate, in grado di rivaleggiare - grazie soprattutto al prezzo assai competitivo - con quelle delle migliori industrie del ramo.
L’assortimento cresce di anno in anno, e l’offerta diventa imponente, coprendo modelli di ogni parte del mondo, che vengono venduti all’estero anche con altri marchi: la olandese Hema, ad esempio, distribuisce per anni materiale prodotto ad Isola Vicentina.
Il grande successo commerciale delle sue ferrovie in miniatura a scartamento H0, N e 0, porta la Lima ad essere una azienda leader a livello mondiale: nel periodo di maggior splendore, fra gli anni Sessanta e Settanta, i suoi dipendenti sono più di cinquecento, occupati a sfornare tremila locomotive, dodicimila vagoni e trentamila sezioni di binario da spedire ogni giorno in ogni parte del pianeta.
Molti di coloro che erano bambini ai tempi della televisione in bianco e nero pensano ai trenini Lima della loro infanzia come ai migliori del mondo e si stupiscono se si fa loro notare che ne sono esistiti di assai più pregevoli. E’ normale, perché Rivarossi e Marklin sono sempre stati riservati a chi poteva permettersi di frequentare i negozi di modellismo, mentre i Lima si trovavano dappertutto, anche al supermercato, ed erano alla portata di tutte le borse.
Negli anni Ottanta la qualità cresce ulteriormente e i prodotti Lima ricevono non pochi premi a livello europeo, tuttavia il mercato comincia ad essere saturo e la concorrenza dei giochi elettronici si fa sempre più minacciosa. Nel 1987, la morte di Bisazza lascia l’azienda priva di una guida attenta e sagace. Le difficoltà economiche diventano rapidamente insormontabili e nel 1992 la Lima viene assorbita dalla Rivarossi, diventandone il marchio più economico, accanto ad Arnold e Jouef acquisiti nel ’95.
Nel 2000, dopo l’uscita dalla Rivarossi del presidente Giorgio Dalla Costa e di altri dirigenti, si assiste ad una rivoluzione societaria: con una curiosa alchimia finanziaria viene costituita la Lima SpA con sede a Brescia, e la Rivarossi diventa una divisione della ditta che otto anni prima aveva acquisito.
Vengono chiusi gli stabilimenti Rivarossi a Como, gli Jouef a Champagnole e gli Arnold a Muhlhausen e la produzione viene concentrata nello stabilimento Lima a Isola Vicentina. La nuova proprietà appare però assai più interessata all’aspetto finanziario che a quello produttivo, così che dopo alcuni anni di convulse vicissitudini gestionali e nonostante un tentativo di salvataggio in extremis da parte da una cordata d'imprenditori vicentini, sostenuta anche da ex dirigenti e dipendenti della Lima e della Rivarossi, nel settembre 2004 il gruppo cessa ogni attività.
I marchi Lima, Rivarossi, Jouef, Arnold e Pocher, nonché i preziosi stampi (anche se forse non proprio tutti) passano quindi, per soli otto milioni di euro, alla britannica Hornby, che taglia drasticamente l’assortimento e delocalizza in Cina la restante produzione. Oggi Lima sopravvive come marchio, ma di italiano non ha assolutamente più nulla.


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: lunedì 18 maggio 2020, 15:04 
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Un colosso americano:

LIONEL

Quando, nel settembre del 1900, Joshua Lionel Cowen fonda a New York la sua piccola azienda è ben lungi dal pensare di aver posato la prima pietra di quello che nel giro di mezzo secolo diventerà un impero. La Lionel inizialmente produce piccoli apparati elettrici; il primo modello di treno, l’Electric Express, fabbricato nel 1901 e mosso da un motorino a pile progettato per un ventilatore, non è pensato per essere venduto al dettaglio bensì come ornamento per le vetrine dei negozianti di casalinghi. Il trenino che corre su rotaie di ottone attira però fortemente la curiosità dei clienti, molti dei quali chiedono di acquistarlo.
Lionel decide pertanto di mettersi a produrre treni giocattolo e nel 1906 offre binari a tre rotaie, in uno scartamento (2 pollici e 1/8, pari a circa 54 mm) diverso da tutti quelli usati da altri fabbricanti a partire dal 1891. Lionel lo chiama Standard Gauge e lo brevetta come tale. Come diversi altri concorrenti americani ed europei, a partire dal 1915 Lionel adotterà anche il più piccolo scartamento 0 (Zero, 32 mm), ma solo per i modelli più economici del proprio assortimento.
Per quanto i suoi prodotti non siano molto realistici né raffinati (non sono litografati ma semplicemente verniciati, in improbabili vivacissimi colori) alla fine della prima guerra mondiale Lionel è già uno dei tre maggiori produttori di ferrovie giocattolo degli Usa. Nel 1920 supera American Flyer ed Ives (che andrà in fallimento nel 1928) e diventa leader del mercato nazionale, ma dopo meno di dieci anni gli effetti della grande depressione seguita al crollo della borsa di Wall Street nel 1929 minacciano di mandarlo al tappeto, A salvare la Lionel Corporation è una draisina a molla con Topolino e Minnie che sembrano premere alternativamente la leva: in un paio di anni se ne vendono 250.000 esemplari, e dal 1934 i bilanci della ditta tornano in attivo.
Nel 1939 cessa la produzione Standard Gauge, per far posto al più abbordabile scartamento 0 e al nuovo 00, introdotto nel ’38 ma non più ripreso nel dopoguerra. Imitando la rivale American Flyer, Lionel punta anche sulla scala S (1/64) che diventerà assai popolare in America ma resterà praticamente sconosciuta in Europa.
Nel ’42 Lionel smette di produrre giocattoli per fornire materiali alla Marina Militare Usa. Al termine della seconda guerra mondiale, nel 1945, torna a immettere sul mercato ferrovie in scala ridotta (solo in 0) e un nuovo sistema di costruzioni meccaniche in alluminio.
La decade 1946–1956 corrisponde al periodo di massimo fulgore per l’azienda, quando praticamente in ogni casa degli Stati Uniti entra almeno un treno Lionel trainato da una doppia motrice diesel EMD F7 nella squillante livrea rossa, gialle e argento della Santa Fe. Nel suo periodo d’oro, intorno al 1950, la Lionel arriva a vendere 25 milioni di dollari l’anno di trenini elettrici. Da allora, negli Stati Uniti il suo marchio è sinonimo di ferrovia in miniatura.
Il vento, tuttavia, cambia rapidamente: all’inizio degli anni Sessanta i progressi della tecnologia e i profondi mutamenti sociali determinati dalla diffusione della televisione e di nuove modalità di intrattenimento, associati all’inizio della conquista dello spazio con il lancio dei primi satelliti e all’avvento di giocattoli come le slot car e i kit in plastica da montare determinano una progressiva disaffezione nei confronti del modellismo ferroviario nelle scale maggiori dell’H0.
La diffusione a macchia d’olio di grandi punti di vendita porta alla sparizione dei piccoli negozi specializzati, ma le grandi catene richiedono solo confezioni a basso prezzo, con ridottissimi margini di guadagno per i produttori, e non offrono alcuna assistenza tecnica agli utenti. Per cercare di restare sul mercato, A. C. Gilbert e altre case produttrici riducono la qualità dei loro modelli, ma in questo modo si innesca una spirale al ribasso che allontana ulteriormente la clientela.
A nulla valgono gli sforzi del management per frenare il declino della Lionel: né l’accordo (siglato nel ’57) con l’italiana Rivarossi per costruire su licenza i più realistici modelli in H0, né i tentativi di abbattere i costi dei prodotti in 0 ricorrendo largamente alla plastica sortiscono effetti positivi e dal 1958 in poi la ditta registra crescenti perdite. Nel 1959, Cowen vende al pronipote Roy Cohn le sue azioni e si ritira. I fan considerano il ’59 l’ultimo anno dei “very treni Lionel”.
L’azienda si riorganizza, passando a produrre anche una linea di giocattoli educativi (piccolo chimico, microscopi), a marchio Lionel-Porter, che sarà in catalogo dal 1961 al 1968. Nel 1967, il tentativo di rilevare la American Flyer dopo il fallimento della controllante A. C. Gilbert Company porta a sua volta la Lionel alla bancarotta. E’ un triste epilogo per la più vecchia casa produttrice americana, che nella sua lunga storia ha venduto nel mondo qualcosa come 50 milioni di "trenini".
Marchi ed impianti vengono ceduti alla produttrice di cereali General Mills, che amministra una grande catena di negozi di giocattoli. Dopo essere passati per diverse altre mani, fra cui quelle del magnate immobiliare Richard Kughn, i marchi Lionel e American Flyer finiscono alla Lionel LLC, che li usa per commercializzare pregevoli modelli ferroviari in grande scala, costruiti in Cina.
Sfruttando il fattore nostalgia, la nuova Lionel sforna pregevoli repliche dei supergiocattoli degli anni d'oro del modellismo ferroviario americano, migliorati negli stampi e aggiornati per funzionamento digitalizzato e provvisti di effetti sonori. Si tratta di pezzi indubbiamente ragguardevoli, come la fedele riproduzione del mitico modello della GG1 elettrica della Pennsyslvania Railroad, ma i prezzi sono molto elevati per quelle che tutto sommato restano delle copie.
Un brutto colpo alla ditta, stretta fra la concorrenza asiatica ed europea, arriva alla fine degli anni ’90, con una sentenza della Corte federale del Michigan che impone alla Lionel LLC una pesantissima penale di 40,8 milioni di dollari per aver copiato i disegni costruttivi di un modello prodotto dalla rivale MTH (Mike's Train House, di Columbia, Maryland).
A salvare la Lionel LLC sarà la riproduzione del fantascientifico treno protagonista del film Polar Express, una fiaba natalizia interpretata da Tom Hanks, messa in vendita sugli scaffali dei negozi a 249 dollari e andata letteralmente a ruba.


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Ultima modifica di joker il domenica 24 maggio 2020, 9:16, modificato 1 volta in totale.
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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: lunedì 18 maggio 2020, 17:01 
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Quanto invidio i bimbi americani degli anni '50 e '60...
Volete mettere un Lionel in 0 o un American Flyer in S, invece che uno scrauso, piccolo Lima in H0 ?
Non c' e' paragone…
A me e' capitato di maneggiare fisicamente qualche carro merci Lionel. Un solo commento: WOW !
Saluti
Stefano.


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: lunedì 18 maggio 2020, 20:52 
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bigboy60 ha scritto:
A me e' capitato di maneggiare fisicamente qualche carro merci Lionel.

Questo è il plastico a scartamento 0 di Museogiocando. Ci girano normalmente un convoglio Lionel del 1938, un misto Bing/Marklin del '32, un Hornby e un Marklin sempre degli anni Trenta.


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: lunedì 18 maggio 2020, 21:15 
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bigboy60 ha scritto:
Quanto invidio i bimbi americani degli anni '50 e '60...
Volete mettere un Lionel in 0 o un American Flyer in S, invece che uno scrauso, piccolo Lima in H0 ?
Non c' e' paragone…
A me e' capitato di maneggiare fisicamente qualche carro merci Lionel. Un solo commento: WOW !
Saluti
Stefano.


Se vi piacciono i Lionel ecco una scena tratta dal film

Holiday Affair del1949.

Steve Mason (Robert Mitchum), addetto alle vendite in un grande magazzino, si occupa del reparto giocattoli che vende il più hot della stagione: un trenino elettrico.
Connie Ennis (Janet Leigh) è una shopper di un emporio concorrente, lo compra il per confrontarne il prezzo, ma con l'intenzione di restituirlo il giorno successivo. Suo figlio Timmy vede il trenino e pensa che sia il suo regalo di natale.......


opening scene
https://www.youtube.com/watch?v=AHC3feNzNbI

Christmas Morning Surprise
https://www.youtube.com/watch?v=qb5yzAoEyYE

Classic Lionel Trains in Action
https://www.youtube.com/watch?v=6hao-TsCw_o


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: martedì 19 maggio 2020, 5:33 
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grazie


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: martedì 19 maggio 2020, 15:30 
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A proposito di Garratt, di cui si è parlato giorni fa:

Locomotiva rodiggio 1-4-4-1 tipo Garratt, della British Railways. Scala H0, scartamento H0.

Modello in metallo, assemblato e verniciato dal Maestro Aldo Festola (purtroppo scomparso da qualche anno).

Produttore Keiser. Fine anni Sessanta, inizio anni Settanta.


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: martedì 19 maggio 2020, 18:29 
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Messaggi: 5929
Località: Trieste
Una Garratt è per me un sogno proibito come (forse più) vedere i nostri governanti appesi per i piedi...
Piccola puntualizzazione: le Garratt hanno un rodiggio separato da un +, perchè poggiano su due carri completi e indipendenti. Quella mostrata è una 1'D+D1' o 1-4-0+0-4-1 ma più facile, vista l'origine anglosassone, 2-8-0+0-8-2.


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: martedì 19 maggio 2020, 20:57 
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Come in molte altre cose, in Europa e negli Stati Uniti le ferrovie in miniatura hanno avuto percorsi molto diversi. A partire dagli anni '50, nel vecchio continente i "trenini elettrici" si sono evoluti in "modellismo ferroviario", a scartamento H0 e con sempre maggiore fedeltà ai prototipi reali. In America, viceversa, sono sostanzialmente rimasti dei giocattoli, continuando a girare su binari di latta a scartamento O, con l'unica differenza che invece di essere fatti di latta sono diventati di plastica.
I Lionel degli anni Cinquanta e Sessanta sono ancora oggi apprezzatissimi oltre oceano, ma in Europa vengono snobbati, perché solo il "tnplate" è considerato materia da collezionismo.
Io stesso, nel programmare i plastici di Museogiocando, ho contemplato solo un circuito a scartamento 0 riservato ai trenoni di latta degli anni Trenta. Certo, un layout Lionel anni Sessanta, pieno di gadget, sarebbe interessante, ma ormai non ho più spazio disponibile.


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: mercoledì 20 maggio 2020, 7:28 
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crosshead ha scritto:
Se vi piacciono i Lionel ecco una scena tratta dal film

Caro crosshead, raccolgo la provocazione e rilancio: per me sono indimenticabili le scene del film "La gente mormora" (People Will Talk) con Cary Grant e Jeanne Crain (1951).
La battuta di quando lei va a comprare un trenino Lionel e il commesso le chiede - Quanti anni ha il bambino? e lei risponde - 41. Per me è la migliore della storia del cinema su questo argomento.

vedi Cary Grant train scene su youtube


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MessaggioInviato: giovedì 21 maggio 2020, 7:36 
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joker ha scritto:
Caro crosshead, raccolgo la provocazione e rilancio: per me sono indimenticabili le scene del film "La gente mormora" (People Will Talk) con Cary Grant e Jeanne Crain (1951).
vedi Cary Grant train scene su youtube

La tua Cary Grant- train scene
https://www.youtube.com/watch?v=_s-8Yv5RebA

Solo una parola per descrivere ciò che ho visto, "beep..beep.....tastic!"
Sarebbe bello avere tutto quello spazio a disposizione sul pavimento!

Accetto ed aumento l'offerta di Lionel trains con

- The Sopranos - Bobby gets Whacked
https://www.youtube.com/watch?v=tOavuDuOnDQ

- Addams Family - Train Wreck Scenes
https://www.youtube.com/watch?v=5kS-vk9mPR8

- Ellery Queen - The Eccentric Engineer
https://www.youtube.com/watch?v=Hym51ulYUyo


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MessaggioInviato: giovedì 21 maggio 2020, 13:14 
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Scusate l'ignoranza ma i Lionel una mezza velocità non l'avevano? In tutti i filmati vedo anche le manovre fatte in velocità ...


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: giovedì 21 maggio 2020, 14:52 
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….credo che fosse una esigenza scenica: il giocattolo più si muove e più "buca".


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 Oggetto del messaggio: Re: MUSEOGIOCANDO - Treni
MessaggioInviato: giovedì 21 maggio 2020, 20:31 
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Il marchio del live steam:

MAMOD


Escogitata inizialmente per pompare l’acqua fuori dai tunnel delle miniere di carbone dell’Inghilterra e perfezionata sul finire del Settecento da Thomas Newcomen e James Watt, la macchina a vapore trova dapprima applicazione come impianto fisso per far funzionare i telai tessili, le macchine utensili delle fabbriche e i magli delle fonderie, quindi diventa il propulsore di locomotive ferroviarie, battelli a ruota o diligenze senza cavalli.
Nella sua forma stazionaria o applicato a mezzi navali, stradali o su rotaie, lo Steam Engine viene replicato in forma ridotta da molti costruttori di giocattoli, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento. Una delle più longevi fabbriche di congegni di questo tipo è la britannica Mamod, fondata nel 1936 a Birmingham da Geoffrey Malins.
Inizialmente, Malins costruisce le sue piccole macchine a vapore solo per conto della Hobbies di Dareham, che le distribuisce con il proprio marchio. A partire dal 1937, Malins crea tuttavia una propria linea di prodotti, che commercializza con il marchio Mamod, crasi di Malins Models. Si tratta di articoli molto simili a quelli venduti sotto il nome Hobbies, che spesso si differenziano solo per la colorazione di alcuni particolari.
Poco dopo l’inizio della seconda guerra mondiale, nel 1940, la collaborazione con l’azienda di Dareham viene interrotta, e dal 1946 in avanti tutte le creazioni di Malins recano il marchio Mamod. Per diversi decenni, la produzione riguarda esclusivamente riproduzioni in miniatura, perfettamente funzionanti, di Power Station, ovvero macchine stazionarie destinate a fornire forza motrice per impianti industriali, e solo dal 1963 viene ampliata ad includere modelli di veicoli stradali, navali e ferroviari Live Steam (a “vapore vivo”, come dicono gli inglesi).
La maggior parte delle realizzazioni a marchio Mamod impiega semplici ma funzionali cilindri oscillanti, con (o senza, negli articoli più economici) regolatori di flusso all’ingresso o all’uscita ma sempre dotati di un meccanismo per invertire il senso di rotazione della Flyweel. Fino alla metà degli anni Settanta la combustione è assicurata tramite bruciatori ad alcool, ma successivamente, in ossequio alla nuova normativa britannica sulla sicurezza dei giocattoli, si adottano mattoncini di paraffina o colofonia (come gli accendifuoco comunemente usati per il barbecue) che garantiscono una più bassa e relativamente più sicura temperatura di esercizio.
Le macchine a vapore create da Geoffrey Malins riscuotono successo perché sono pratiche, di piccole dimensioni e sempre montate su un supporto metallico (una piastra di lamierino) che consente di maneggiarle agevolmente. Il disegno dei primi esemplari riprende quello di alcuni modelli della tedesca Marklin, con lunghe ciminiere di latta, litografate con disegni di piccoli mattoni di argilla, che riproducono fedelmente quelle che caratterizzano gli impianti reali. Le Power Station Mamod vengono peraltro costantemente aggiornate nel corso degli anni, abbandonando ad esempio dal 1953 l’impiego del costoso ottone in favore di una più economica lega tipo Zamak o introducendo dal 1957 il più efficiente ed affidabile sistema a vaporizzazione nei bruciatori a spirito.
L’assortimento comprende modelli ad uno o due cilindri, completati in qualche caso con l’aggiunta di una dinamo, ed i cataloghi Mamod si arricchiscono via via di un vasto numero di accessori quali alberi di trasmissione e riproduzioni in miniatura di macchine utensili da collegare alle macchine a vapore. L’ottimo rapporto prezzo/qualità degli articoli prodotti dall’azienda di Birmingham le consentono di affermarsi in un mercato che all’epoca vede attivi, oltre ai tradizionali concorrenti tedeschi, numerosi marchi britannici quali Plane Products, Cyldon, SEL, Luton Bowman e Burnac.
Diverse Power Station Mamod vengono acquistate da scuole ed istituti tecnici, e in questi casi sono corredate da esaurienti manuali per l’impiego in esperimenti di laboratorio.
Tra il 1965 e il 1976 viene realizzato per conto della Meccano di Liverpool uno speciale modello, denominato MEC1, fornito di piastre forate che gli consentono di integrarsi perfettamente con gli elementi del famoso sistema di costruzioni meccaniche. Tale modello è commercializzato con il marchio Meccano, ma dopo la fine della collaborazione con l’azienda fondata da Frank Hornby continuerà ad essere prodotto dalla Mamod con la sigla SP3.
Quanto invece alle riproduzioni di veicoli, il primo Mamod di questo genere appare nel gennaio del 1961 ed è un compressore stradale, o “schiacciasassi”, come popolarmente venivano chiamate le macchine di questo genere impiegate per assestare l’asfalto appena gettato. A questo articolo, contrassegnato con la sigla SR1, segue due anni dopo il TE1, un trattore stradale del tipo - abbastanza comune nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento - detto Showman's Road Locomotive (o Showman's Engine): speciali veicoli destinati a trainare i carrozzoni di circhi equestri e fiere itineranti, donde la denominazione di “macchine dell’uomo di spettacolo”.
Senza alcuna velleità di essere dei precisi modelli in scala, questi due primi Mamod semoventi, progettati da Eric Malins, figlio del fondatore dell’azienda, non rappresentano alcun veicolo in particolare e sono articoli destinati al mercato dei giocattoli, semplici da far funzionare e dotati di caldaie a bassa pressione per garantirne la sicurezza.
Costruiti ancor oggi, in versioni progressivamente aggiornate, sono altamente spettacolari e garantiscono una buona dose di divertimento, specie il trattore stradale, che può essere teleguidato: una volta raggiunta la pressione sufficiente, si imposta la marcia avanti o indietro, si regola la velocità e quindi si può seguire camminando il veicolo e direzionarlo opportunamente tramite una lunga asta metallica dotata di un pomello di legno collegata allo sterzo.
Nel 1969 diventano disponibili due tipi di rimorchio a due assi che possono essere agganciati ad entrambi i modelli. E nel 1972 fa la sua apparizione un nuovo mezzo semovente, sommaria ma suggestiva riproduzione, sempre in scala 1:22 circa, di un autocarro a vapore, simile ad un Foden degli anni Venti del secolo scorso.
Denominato SW1, questo giocattolone lungo più di mezzo metro e pesante quasi tre chili viene realizzato usando varie componenti dei precedenti trattori, alle quali è unito un telaio che sopporta il piano di carico. Attribuito a Steve Malins, figlio di Eric, dispone di una doppia riduzione, con trasmissione finale a cinghia, che assicura una marcia lenta e molto realistica. Anche questo articolo verrà prodotto nel corso degli anni in diverse varianti di colore
Nel 1976 arriva la Roadster SA1, riproduzione di una automobile sportiva di inizio Novecento, possibilmente una Mercer Raceabout o una Daimler Simplex. Molto elegante nella sua livrea bianca con sedili neri e ruote rosse a raggi cerchiate in gomma piena, mantiene il medesimo meccanismo di propulsione dei precedenti veicoli, con la caldaia alloggiata sotto al lungo cofano, ed è all’epoca l’articolo più raffinato, grande e costoso dell’intera produzione Mamod. Ne verrà realizzata anche una versione più dettagliata, somigliante alla Rolls-Royce Silver Ghost.
Successivamente verranno introdotti la Limousine SA1L, il Fire engine FE1 e gli autocarri coperti DV1/2. Si tratta rispettivamente di una evoluzione della roadster in versione coperta, di un ovviamente rosso camion dei pompieri con scala girevole ispirato ad un Leyland degli anni Venti e di due furgoni (uno con l’insegna Mamod e l’altro in livrea Royal Mail).
Nel 1989 sarà la volta del London bus LB1, gradevolissima imitazione di un autobus edoardiano a due piani X-type della London General Omnibus Company, con imperiale scoperto e scala di accesso posteriore.
Fin dagli inizi, Mamod produce anche speciali motori a vapore destinati alla propulsione di modelli navali. Ad una prima versione lanciata nell’anteguerra e applicata soprattutto ai modelli naviganti costruiti dalla Hobbies, seguono la ME1 nel 1952, la ME2 nel 1958 e la ME3 nel 1965. Malgrado la lusinghiera accoglienza da parte degli appassionati, che usano queste unità motrici per far navigare imbarcazioni autocostruite lunghe fino a un metro, la produzione cessa nel 1972.
Nel 1949, Mamod realizza in proprio anche un battello con propulsione a vapore, il Meteor, ispirato ad una torpediniera della seconda guerra mondiale. Dotato di un motore a cilindro singolo, il Meteor non incontra grande successo e viene ritirato dal mercato nel 1952, dopo essere stato venduto in circa 1.500 esemplari.. Né miglior sorte tocca alla versione con motore elettrico, denominata Conqueror, che trova ancor meno acquirenti del Meteor ed esce anch’essa di produzione dopo pochi anni.
Nei primi mesi del 1979 debutta la Mamod Model Railway, ferrovia giocattolo a vapore vivo con locomotive vendute già montate o in kit. Ad una prima edizione a scartamento 0 (32 mm) fa seguito quella a scartamento 1 (45 mm) ed entrambe trovano buona collocazione sul mercato, trattandosi del primo esempio di modelli di questo genere realizzati in Gran Bretagna, prodotti in grande serie e venduti ad un prezzo ragionevole.
Oltre ad un certo numero di carri merce e vetture passeggeri, l’assortimento arriva a comprendere binari, scambi e tre piccole locomotive non riferibili ad un determinato prototipo reale ma solo genericamente ispirate alle vecchie vaporiere in uso sulle ferrovie a scartamento ridotto.
Gli onerosi investimenti resisi necessari per l’allestimento della linea di montaggio della Mamod Model Railway mettono peraltro a repentaglio la solidità finanziaria dell’azienda. A causa della difficile congiuntura economica che investe il Regno Unito agli inizi degli anni Ottanta, le banche chiudono i rubinetti del credito e chiedono il rimborso dei prestiti erogati in precedenza. Eric Malins non è in grado di farlo, e sebbene le vendite procedano bene, la Mamod è costretta a ricorrere all’amministrazione controllata.
Dopo l’uscita di Eric Malins e del figlio Steve dalla società, la Mamod avrà un’esistenza molto travagliata, passando almeno sei volte di proprietà nel giro dei successivi trent’anni e arrivando nel 1989 sulla soglia dell’estinzione. Nel 2010 il controllo viene assunto dalla famiglia Terry, che in nuovi impianti siti a Smethwick, nella contea inglese delle Midlands Occidentali, continua la produzione di molti articoli fra cui alcune Power Station, la Model Railway e la Le Mans Racer LM1, la cui prima versione era stata introdotta nel 1999.
Quest’ultima è la fantasiosa riproduzione di una vettura da corsa di inizi Novecento. Basato sul medesimo telaio della Roadster e della Limousine, il modello adotta però un più potente motore unidirezionale a due cilindri, capace di fargli raggiungere una notevole velocità e per questo è fin dall’origine predisposto per il collegamento dello sterzo ad un radiocomando.


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MessaggioInviato: domenica 24 maggio 2020, 20:55 
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Un grande marchio americano:

MARX

Figlio di un sarto emigrato dalla Germania negli Stati Uniti, Louis Marx nasce a Brooklyn nel 1896 e all’età di 16 anni viene assunto come fattorino da Ferdinand Strauss, un importatore di giocattoli meccanici che di lì a poco avvierà una produzione in proprio. In brevissimo tempo il giovane Marx fa carriera e nel 1916, appena ventenne, viene nominato direttore tecnico dello stabilimento avviato da Strauss di East Rutherford nel New Jersey, dove vengono prodotti giocattoli di latta di buona fattura, sul modello dei contemporanei made in Germany.
In questo periodo stanno prendendo piede in America i processi di lavorazione in serie, con macchinari industriali che consentono una produzione di massa. Louis Marx, che unisce alla passione per la meccanica un notevole talento commerciale, intende applicare questa moderna tecnica per realizzare giocattoli economici, i cui prezzi siano accessibili a tutti. con Il direttore commerciale della Strauss però non è d’accordo e preferisce restare fedele ai procedimenti semiartigianali e a prodotti di qualità. Marx è pertanto costretto ad abbandonare l’azienda e a rinunciare al prestigioso incarico.
Nel 1919, dopo il servizio militare, Marx fonda con il fratello un’impresa per la distribuzione ai dettaglianti di giocattoli costruiti da diversi fabbricanti. Dopo aver acquistato da Strauss alcuni vecchi stampi di giocattoli ad orologeria, Louis li perfeziona e ne affida la costruzione a diverse piccole ditte, commercializzandoli poi con il proprio nome. Per diversi anni l’ingegnoso progettista prosegue la sua attività appaltando la produzione dei suoi originali “novelty toys” a piccoli laboratori, ai quali tuttavia applica un’avanzata automazione dei processi di litografia, stampaggio ed assemblaggio che abbattono i costi di fabbricazione.
Il successo dell’iniziativa porta ben presto Marx a produrre giocattoli in proprio, aprendo uno stabilimento ad Eire, in Pennsylvania. Tra i primi ce ne sono due ricalcati su modelli commercializzati da Ferdinand Strauss, il quale li aveva a sua volta realizzati su licenza da analoghi prodotti della tedesca Lehmann: il ballerino nero di tip tap, conosciuto negli Usa come Alabama Coon Jigger, e la scimmia che si arrampica sulla corda.
Grazie ai successi commerciali, Marx dal 1925 comincia a comprare fabbriche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La grande crisi del 1929 non colpisce la ditta, che al contrario continua ad espandersi puntando sull’automazione e sul riciclaggio della banda stagnata per produrre giocattoli a prezzi estremamente contenuti. Una grande intuizione di Marx consiste nella ripresa di uno dei giocattoli più vecchi del mondo, che appare dipinto anche sui vasi dell’antica Grecia: lo yo-yo. L’imprenditore vende milioni di esemplari di questo semplice giocattolino, per mezzo del quale non solo riesce a tenere in piedi la propria azienda durante la Grande Depressione seguita al crollo di Wall Street, ma a potenziarla senza aumentare i prezzi dei propri prodotti.
Un’altra idea geniale è quella di riprodurre i personaggi dei cartoni animati di Walt Disnay: il successo è tale che l’azienda si espande impiantando fabbriche in Gran Bretagna, in Giappone e in Australia.
Il periodo d’oro della Marx è quello degli anni Trenta, quando l’impresa abbandona i giocattoli d’impronta europea per produrre modelli con uno stile proprio. Nel 1935 l’ex fattorino, divenuto nel frattempo milionario, compie il passo decisivo acquisendo marchio ed impianti della Girard Model Works, che ribattezza Girard Manufactoring Company. Con questo marchio inizia la produzione di giocattoli di chiara impronta americana, sia per quanto riguarda i modelli sia per la decorazione. La differenza più evidente tra i giocattoli made in Usa e quelli europei è nella litografia: come faranno in seguito i giapponesi, Marx utilizza colorazioni molto vivaci, mentre la litografia europea, più raffinata, ne impiega di meno appariscenti e più tenui.
Uno dei più divertenti giocattoli di questo periodo è la Marx Merry Makers: un’orchestrina jazz in cui un topo suona il pianoforte, un altro il violino, un terzo il tamburo, mentre il quarto si dedica alla danza, ballando il tip tap; quando si carica il giocattolo, i topini si muovono a un ritmo sorprendente. Poco successive sono altre due orchestre composte da vari personaggi legati al mondo delle comic stripes i dei cartoons, una con la famiglia di Lid’l Abner e l’altra con Braccio di Ferro, sproporzionatissimo, che fuma la pipa seduto sul pianoforte.
Non mancano, fra la produzione Louis Marx degli anni Trenta, le automobili giocattolo definite comic cars. Si tratta di vetture di fantasia animate da scherzosi personaggi come clown e altre figurine comiche. La serie è piuttosto ricca e si fregia di nomi un po' pazzi come Funny Flivver, Whooper Cowboy, Dippity Dumper, Jalopy Ford, Charlie McCarthy. Le auto sono quasi tutte tappezzate di slogan e scritte spiritosi, nate per lo più nelle università e nei college americani. in lamiera con carica a molla, disponevano di meccanismi che facevano loro compiere acrobatiche evoluzioni e movimenti scomposti. Uno dei pezzi più famosi è il "Fresh Air Taxi - Amos'n'Andy" prodotto dalla Marx attorno al 1930. Lungo cm 20, reca a bordo il presidente Andrew Brown con il suo inseparabile sigaro, un cagnolino e l'autista negro che si muovono azionati da un meccanismo a molla. E non mancano ornamenti curiosi come il ferro di cavallo che campeggia sul radiatore.
Pur essendo assai meno raffinati dei coevi prodotti tedeschi, britannici e francesi, i giocattoli Marx non hanno niente da invidiare, rispetto ai modelli europei, per quanto riguarda la complessità dei movimenti. C’è per esempio una moto che, percorsi due metri, si ribalta grazie a due alette poste ai lati, per poi recuperare la verticalità e riprendere la corsa come se niente fosse. Non manca l’automobile aerodinamica che dopo un urto contro un ostacolo inverte il senso di marcia, mentre nel Cavallerizzo Pazzo l’animale s’imbizzarrisce, impennandosi e scalciando: questo giocattolo verrà imitato dalla ditta spagnola Rico, che ne produrrà uno quasi identico. La Rico s’ispira a un giocattolo Marx anche per concepire il suo carro armato: quando il veicolo avanza, dalla botola esce un soldato armato di fucile e una pietra focaia provoca spettacolari scintille.
Gli anni della Seconda Guerra Mondiale assicurano ampi profitti agli stabilimenti Marx con le commesse militari. La successiva riconversione vede il marchio ancora ai primi posti del settore nel 1950, con una fetta del 13% del mercato del giocattolo negli Usa. Proprio a partire dal 1950 l’azienda comincia ad usare le materie plastiche come complemento alla latta. Un tipico giocattolo di questo periodo è la decappottabile Pontiac, modello Catalina, del 1953, costruita interamente con il nuovo materiale, mentre allo stesso anno risale l’introduzione di vari personaggi di Walt Disney in vinile, incorporati in un teatrino di latta litografata.
Per le sue automobili, sia per quelle in latta sia per quelle in plastica, Marx utilizza sempre cariche meccaniche a molla o meccanismi a frizione. Di contro, quando l’impresa decide di fabbricare giocattoli spaziali e robot, vi incorpora motori elettrici a pila. Il successo dei prodotti Marx prosegue per tutti gli anni ’50. Di lì a poco, tuttavia, il vento comincia a cambiare: la concorrenza giapponese ed europea si fa sempre più minacciosa e a partire dagli anni ‘60 la Marx soffre sempre di più gli effetti del cambiamento di gusto dei bambini, influenzati dalla televisione che propone novità a ritmo sempre più serrato.
Tutto ciò senza che Marx, autocrate poco incline a condividere le decisioni strategiche con il management aziendale, se ne renda pienamente conto. I bilanci della ditta vanno in rosso e nel 1972 la Quaker Oats, produttrice di cereali che possiede la Fisher Price Toys, rileva una Marx in piena crisi, senza peraltro riuscire a risollevarne le sorti. Nel 1976 le residue attività passano al gruppo europeo Dunbee-Combex, che nel 1979 mette all’asta i fondi di magazzino: molti giocattoli Marx realizzati dal 1960 in poi sono svenduti per procurare denaro ed evitare la chiusura. La vendita riscuote un grande successo, ma il ricavato non è sufficiente a risanare la società, che viene liquidata definitivamente.
Louis Marx muore a New York nel febbraio del 1982, all’età di 86 anni. Nell’intero periodo della sua attività ha prodotto milioni di giocattoli che hanno invaso il mercato degli stati Uniti. Nonostante ciò, oggi è difficile trovare esemplari di questa marca in Europa, eccezion fatta per l’Inghilterra.


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