Questo è un racconto singolare, forse non è questa la sua giusta collocazione. E' la vita di un personaggio di un plastico, il "triangolare" di Clive Lamming che considero uno dei più grandi capolavori del fermodellismo. L'ho guardato, ammirato, esplorato tante di quelle volte nella mia vita, che ho voluto raccontare quella di qualcuno che può abitare quel piccolo grande mondo in scala. Spero di non annoiarvi troppo...
Abito in questa casa sulle pendici della collina, a due passi dalla ferrovia, dal giorno in cui sono nato; in realtà, sono attorniato da binari e locomotive a vapore, pesanti treni merci ed eleganti convogli di lusso che in questo paese, di cui quasi ho dimenticato il nome, non fermeranno mai. Una piccola magione a due piani, costruita chissà quando; non è cambiato niente, persino la paglia sul tetto. I miei bisnonni, quando costruirono la ferrovia, pensavano che avrebbero sbancato l’intera collina e che la casetta sarebbe divenuta un cumulo di macerie, ma in realtà i costruttori scavarono una lunga galleria. Non sono mai andato a cercare dove sbuca, nemmeno quando ero bambino e con mio fratello maggiore Didier s’andava per colline a raccogliere more e mirtilli o a disturbare i leprotti nelle loro tane. Ricordo ancora cosa dissero i miei genitori la prima volta che uscì da solo per andare a esplorare la campagna: « stai attento al treno, non avvicinarti mai troppo ai binari ». Quando si abita così vicini alla ferrovia, i treni diventano parte di te: a volte li si odiano, quando di notte ti svegliano il clangore della macchina di ferro e acciaio, lo sbuffare del vapore, le vibrazioni che sembrano poter sbriciolare le mura e far crollare il tetto. In realtà diventano parte di te, li avverti e riesci persino a capire quale locomotiva stia transitando semplicemente dal rumore. Da bambino andavo spesso alla minuscola stazioncina di questo paese: tre binari di testa ma in realtà viene utilizzato soltanto il secondo; una rimessa alquanto fatiscente, ben visibile della camera da letto di Elodie. Passavo ore a guardare i ferrovieri che manovravano la Coda Corta all’interno di quella rimessa, poi – il giorno del mio diciassettesimo compleanno – la mia vecchia amica d’infanzia mi fece crescere in poche ore. Mi resi conto dopo molto tempo di quel che era successo quel giorno, altro non ero che un ragazzino imbranato ed ella, benché novizia, mi condusse su un percorso tanto incomprensibile quanto decisamente gradevole. Quando i miei genitori decisero di lasciare il paese per affrontare l’età della pensione a Parigi, la casetta con il tetto di paglia a pochi metri dall’imbocco della galleria divenne mia e di Elodie, divenuta mia compagna quel pomeriggio di novembre e moglie alcuni anni dopo.
Finite le scuole superiori ero indeciso se proseguire gli studi in un’altra città, la Capitale probabilmente, oppure andare a lavorare. Pochi giorni dopo aver conseguito il diploma, Monsieur Bacchet, un amico di mio padre, una sera venne a casa nostra: era un signore molto socievole, talvolta troppo propenso a scolare un bicchiere in più piuttosto che a contenersi ma nonostante la passione per il vino non diveniva mai molesto ed era un gran compagnone. Abitava oltre la ferrovia, sempre che in questo villaggio siano comprensibili ed indicativi i termini “oltre” oppure “al di qua”, riferiti alla strada ferrata. Ogni tanto eccedeva nei racconti e molti lo consideravano un gran fanfarone, soprattutto quando narrava dei suoi anni trascorsi nelle giovanili del Saint Etienne, squadra di cui era tifosissimo, trascorsi mai confermati dagli anziani del villaggio. Gilles Bacchet lavorava alla tipografia vicina alla torre idrica: al quarto bicchiere, mi disse « perché non vieni a vedere come funziona? Sei giovane, e stiamo cercando qualcuno che prenda il posto di monsieur Chevalier, che è andato in pensione ». Non ci pensai due volte, la nostra non era una famiglia ricca e non me la sarei sentita di togliere pane di bocca ai miei perché mi mantenessero all’università, in un’altra città. Anche la lontananza da Elodie mi terrorizzava. L’indomani mattina andai alla tipografia, e il pomeriggio iniziavo come apprendista.
Elodie non aveva la possibilità di scegliere: sua madre morì l’anno prima e suo padre aveva già una certa età. I suoi due fratelli lavoravano, ma avevano già famiglia e potevano sì, aiutare lei e il padre, ma fino ad un certo punto: trovò lavoro alla locanda del Tortillard, a due passi dalla tipografia. Un altro segno del destino, forse. Per fortuna i proprietari della locanda, i coniugi Peyregue, erano molto amici del mio datore di lavoro, il quale parlò loro molto bene di me. Sapendo del legame che avevo con Elodie e della sua situazione, le aumentarono di qualche franco la paga, un riconoscimento di affetto e stima e non un’elemosina. A me, di tanto in tanto, ci scappava pure il pranzo offerto dalla casa. Erano due persone generose, mi accorsi che avrebbero potuto tranquillamente arricchirsi facilmente: alla locanda andavano svariate decine di persone ogni giorno, soprattutto operai delle officine e ferrovieri. La sera si poteva anche ballare, e tutti i giovani del villaggio si ritrovavano lì. Notai ben presto che io ed Elodie non eravamo gli unici a beneficiare della loro generosità, caratteristica che non li condusse sicuramente alla povertà ma che forse impedì loro di coronare il sogno di andare a vivere in Bretagna, come avevano sempre desiderato e raccontato a tutti gli avventori del Tortillard.
Non so da quanti anni esisteva il Tortillard, sicuramente c’era già prima dell’arrivo dell’industria e dell’avvicinarsi della città; fu la ferrovia a cambiare l’aspetto del paese, il progresso. I binari della prima linea giunsero a metà dell’800, dopo una decina d’anni si aggiunse la seconda intorno al 1880 la zona divenne un vero e proprio nodo ferroviario con due diramazioni verso il nord della Francia.
Cambiava il paesaggio, i miei genitori dalla finestra non vedevano più soltanto la pianura ma anche due grandi e imponenti ponti in ferro. Mio nonno mi raccontava che un giorno una ditta produttrice di birra comprò i terreni della famiglia Battiston, i quali con i soldi guadagnati poterono a loro volta acquistare terra coltivabile oltre le colline. Fu per loro sicuramente un buon investimento, perché il nuovo appezzamento era all’incirca due volte più esteso di quello che possedevano. Il birrificio fu costruito in un anno e mezzo, era un fabbricato in mattoni rossi ben presto anneriti dal fumo delle locomotive, con il tetto leggermente spiovente. La fabbrica di birra assunse molti ragazzi della zona che non avevano lavoro oppure erano braccianti stagionali nei campi, e fu quello il momento in cui tutto cambiò. Non ci fu nemmeno il tempo di accorgersene, raccontava il nonno. Il birrificio divenne ancora più grande, ampliandosi. Fu allora che nel paese si trasferì la famiglia di Elodie, ben prima che lei nascesse, insieme a molte altre. L’industrializzazione aveva portato il lavoro, e la possibilità di cambiare, dando a molte famiglie la possibilità di vivere con maggiori sicurezze anche economiche, senza i mille patimenti di un raccolto andato a male per la siccità o per un’improvvisa grandinata estiva. Altri campi furono venduti, la famiglia Bereguard comprò terreni in collina che divennero vigneti, e il loro vecchio podere vide sorgere un’officina meccanica; nel 1898, con coraggio, Auguste Sauvignon – detto “Bec de Canard” per quel nasone che pareva veramente il becco di un’anatra – investì i suoi averi per erigere la tipografia. Un passo rischioso ed azzardato, quando saper leggere e scrivere non era ancora una possibilità per tutti. S’aiutava nei campi fin da piccoli e tempo e denaro per frequentare le scuole elementari erano un privilegio di pochi. La società delle ferrovie capì che il paese non era soltanto un semplice nodo dove far correre treni smistandoli verso le città più importanti; decisero di costruire la stazioncina, tra fabbriche e case e alle spalle la collina; all’inizio partiva e arrivava un solo treno passeggeri, giungeva in stazione al mattino e ripartiva nel tardo pomeriggio, raccogliendo dai villaggi circostanti la manovalanza delle fabbriche. Il treno, ancora oggi, fatica per arrivare a destinazione, sono necessarie manovre lunghe e complesse. Gli ingegneri optarono per una stazione di testa, così che potesse ospitare anche un piccolo scalo merci ed essere il ricovero per alcune locomotive: dalla linea principale si dirama un binario che si inerpica sulle pendici della collina, passando proprio davanti alla casetta con il tetto di paglia e a pochi metri dal cortiletto di Elodie. Non avendo spazio a disposizione dove costruirono la stazione, aggiunsero anche un piccolo deposito per il carbone e il serbatoio per l’acqua lungo la linea principale. Il Tortillard, dove una volta ci si ritrovava la sera per un bicchiere di vino dopo aver trascorso una giornata di semina o vendemmia, divenne sempre più frequentato: la famiglia Peyregue aveva anche ristrutturato i locali e il grammofono aveva cambiato di molto le usanze e gli approcci dei ragazzi alle fanciulle.
Non tutti si adeguarono, accettando il cambiamento. La famiglia Delacroix proprietaria di un podere in collina e di un terreno che mai coltivarono, lasciando un boschetto che ancora oggi ombreggia la zona davanti alla stazione, non accettò mai di vendere le proprie proprietà. Abitano ancora lì, al limitare del loro macchia d’alberi, tra la tipografia e l’officina di Gilbert Pichaud, bruciata alcuni anni fa in circostanza mai chiarite; si svolsero anche delle indagini che videro i Delacroix come principali accusati, ma non emerse mai nulla a provare la dolosità dell’incendio. Rimasero anche le famiglie “d’Oltre Ponte”, come ormai sono chiamati quelli che abitano nei pressi dei grandi viadotti metallici . Incastrata tra i due viadotti è stata costruita in seguito un’altra industria meccanica. Quando passa il treno scompare in una nuvola di fumo nero, che ha colorato di tinte grigiastre ed opache i mattoni dell’edificio.
Per vent’anni, ogni giorno ho percorso la stessa strada: uscivo dalla porta di casa, attraversavo il raccordo a binario unico che unisce la stazione alla linea, superando quest’ultima su un camminatoio situato in prossimità del portale di una galleria. Scendevo verso i binari, costeggiandoli per alcuni metri, infilandomi tra il muro del birrificio e l’edificio amministrativo costruito dalla società delle ferrovie; ogni giorno, “bonjour Séba”, “bonjour Hélène”, “bonjour Lucien”. I miei amici, quelli vecchi e quelli nuovi, che lavoravano al birrificio o all’officina o per le ferrovie; il saluto a Bernard, l’unico abitante del villaggio ad essere stato in grado di comprarsi una moto. A volte da solo, a volte con Elodie, quando iniziavamo a lavorare alla stessa ora. Quando è nato nostro figlio ci siamo chiesti entrambi se non fosse stato il caso di trasferirci in una città più grande; forse quel paesino in futuro sarebbe caduto in disgrazia e le voci che parlavano di una guerra imminente non erano le più rassicuranti. Potevamo andare a Parigi, dove avremmo trovato i miei genitori, oppure a Bordeaux sulla costa, dove abitava il più grande dei fratelli di Elodie. Pensammo molto a questa possibilità, forse anche la monotonia delle giornate ci stava rendendo più deboli e desiderosi di cambiare, di vedere cose nuove, di rimetterci in gioco. Eppure qualcosa ci tratteneva, pensavo a questa ipotesi ogni volta che mio figlio, crescendo, mi chiedeva di portarlo “a vedere i treni in stazione”. Ormai ne partiva anche uno al mattino e ne arrivava uno verso sera, era il treno che portava la gente a lavorare fuori. Le distanze si erano accorciate, c’era gente nuova in paese ed altri se ne erano andati, chi a Parigi, chi – come i Choucrute – avevano venduto i propri beni salpando per l’America. Un giorno, stavano finendo gli anni ’30, Elodie tornò a casa con un’aria strana, spaventata ed allo stesso tempo eccitata. Le chiesi cosa fosse accaduto, lei quasi non riusciva a parlare. Finalmente, dopo aver bevuto un bicchier d’acqua, riuscì a raccontare; i Peyregue, ormai anziani, avevano deciso di partire per la Bretagna. Non avendo mai avuto figli, forse perché troppo indaffarati con la locanda, avevano preso la decisione di cederla a Elodie, per i Peyregue una della famiglia. L’avevano adottata, con affetto e senza chiedere mai nulla in cambio, e lei non li aveva mai traditi. A volte si ha paura a prendere delle decisioni e si spera nel destino, che sappia consigliarci e guidarci. Quella sera d’estate facemmo una lunga passeggiata, passammo tra fabbriche annerite del fumo delle locomotive, costeggiammo il boschetto dei Delacroix, salimmo la collina sopra la stazione: il sole stava calando, illuminando d’oro i campi di grano della pianura. Monsieur Boscard stava tagliando la legna, l’inverno era lontano ma quella serata non troppo calda lo indusse a pensare che poteva portarsi avanti con il lavoro. Rimasi a guardare verso l’orizzonte e a pensare ai tanti ricordi antichi, a quelle memorie, a quelle speranze semplici, fatte di pane e lavoro. Non sarà il paradiso, il paese dove son nato, ma ascoltando Boscard canticchiare e guardando quei campi dorati che si perdono in lontananza, riuscii soltanto a sentire nel mio cuore un grande amore. Nostro figlio scese saltellando dalla collina, misi un braccio attorno alle spalle a Elodie e ci incamminammo verso il villaggio. L’indomani saremmo andati dai Peyregue a firmare alcune carte.