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 Oggetto del messaggio: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: domenica 15 giugno 2008, 13:41 
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Iscritto il: sabato 6 ottobre 2007, 10:23
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Questo è un racconto singolare, forse non è questa la sua giusta collocazione. E' la vita di un personaggio di un plastico, il "triangolare" di Clive Lamming che considero uno dei più grandi capolavori del fermodellismo. L'ho guardato, ammirato, esplorato tante di quelle volte nella mia vita, che ho voluto raccontare quella di qualcuno che può abitare quel piccolo grande mondo in scala. Spero di non annoiarvi troppo...

Immagine

Abito in questa casa sulle pendici della collina, a due passi dalla ferrovia, dal giorno in cui sono nato; in realtà, sono attorniato da binari e locomotive a vapore, pesanti treni merci ed eleganti convogli di lusso che in questo paese, di cui quasi ho dimenticato il nome, non fermeranno mai. Una piccola magione a due piani, costruita chissà quando; non è cambiato niente, persino la paglia sul tetto. I miei bisnonni, quando costruirono la ferrovia, pensavano che avrebbero sbancato l’intera collina e che la casetta sarebbe divenuta un cumulo di macerie, ma in realtà i costruttori scavarono una lunga galleria. Non sono mai andato a cercare dove sbuca, nemmeno quando ero bambino e con mio fratello maggiore Didier s’andava per colline a raccogliere more e mirtilli o a disturbare i leprotti nelle loro tane. Ricordo ancora cosa dissero i miei genitori la prima volta che uscì da solo per andare a esplorare la campagna: « stai attento al treno, non avvicinarti mai troppo ai binari ». Quando si abita così vicini alla ferrovia, i treni diventano parte di te: a volte li si odiano, quando di notte ti svegliano il clangore della macchina di ferro e acciaio, lo sbuffare del vapore, le vibrazioni che sembrano poter sbriciolare le mura e far crollare il tetto. In realtà diventano parte di te, li avverti e riesci persino a capire quale locomotiva stia transitando semplicemente dal rumore. Da bambino andavo spesso alla minuscola stazioncina di questo paese: tre binari di testa ma in realtà viene utilizzato soltanto il secondo; una rimessa alquanto fatiscente, ben visibile della camera da letto di Elodie. Passavo ore a guardare i ferrovieri che manovravano la Coda Corta all’interno di quella rimessa, poi – il giorno del mio diciassettesimo compleanno – la mia vecchia amica d’infanzia mi fece crescere in poche ore. Mi resi conto dopo molto tempo di quel che era successo quel giorno, altro non ero che un ragazzino imbranato ed ella, benché novizia, mi condusse su un percorso tanto incomprensibile quanto decisamente gradevole. Quando i miei genitori decisero di lasciare il paese per affrontare l’età della pensione a Parigi, la casetta con il tetto di paglia a pochi metri dall’imbocco della galleria divenne mia e di Elodie, divenuta mia compagna quel pomeriggio di novembre e moglie alcuni anni dopo.

Finite le scuole superiori ero indeciso se proseguire gli studi in un’altra città, la Capitale probabilmente, oppure andare a lavorare. Pochi giorni dopo aver conseguito il diploma, Monsieur Bacchet, un amico di mio padre, una sera venne a casa nostra: era un signore molto socievole, talvolta troppo propenso a scolare un bicchiere in più piuttosto che a contenersi ma nonostante la passione per il vino non diveniva mai molesto ed era un gran compagnone. Abitava oltre la ferrovia, sempre che in questo villaggio siano comprensibili ed indicativi i termini “oltre” oppure “al di qua”, riferiti alla strada ferrata. Ogni tanto eccedeva nei racconti e molti lo consideravano un gran fanfarone, soprattutto quando narrava dei suoi anni trascorsi nelle giovanili del Saint Etienne, squadra di cui era tifosissimo, trascorsi mai confermati dagli anziani del villaggio. Gilles Bacchet lavorava alla tipografia vicina alla torre idrica: al quarto bicchiere, mi disse « perché non vieni a vedere come funziona? Sei giovane, e stiamo cercando qualcuno che prenda il posto di monsieur Chevalier, che è andato in pensione ». Non ci pensai due volte, la nostra non era una famiglia ricca e non me la sarei sentita di togliere pane di bocca ai miei perché mi mantenessero all’università, in un’altra città. Anche la lontananza da Elodie mi terrorizzava. L’indomani mattina andai alla tipografia, e il pomeriggio iniziavo come apprendista.

Elodie non aveva la possibilità di scegliere: sua madre morì l’anno prima e suo padre aveva già una certa età. I suoi due fratelli lavoravano, ma avevano già famiglia e potevano sì, aiutare lei e il padre, ma fino ad un certo punto: trovò lavoro alla locanda del Tortillard, a due passi dalla tipografia. Un altro segno del destino, forse. Per fortuna i proprietari della locanda, i coniugi Peyregue, erano molto amici del mio datore di lavoro, il quale parlò loro molto bene di me. Sapendo del legame che avevo con Elodie e della sua situazione, le aumentarono di qualche franco la paga, un riconoscimento di affetto e stima e non un’elemosina. A me, di tanto in tanto, ci scappava pure il pranzo offerto dalla casa. Erano due persone generose, mi accorsi che avrebbero potuto tranquillamente arricchirsi facilmente: alla locanda andavano svariate decine di persone ogni giorno, soprattutto operai delle officine e ferrovieri. La sera si poteva anche ballare, e tutti i giovani del villaggio si ritrovavano lì. Notai ben presto che io ed Elodie non eravamo gli unici a beneficiare della loro generosità, caratteristica che non li condusse sicuramente alla povertà ma che forse impedì loro di coronare il sogno di andare a vivere in Bretagna, come avevano sempre desiderato e raccontato a tutti gli avventori del Tortillard.

Non so da quanti anni esisteva il Tortillard, sicuramente c’era già prima dell’arrivo dell’industria e dell’avvicinarsi della città; fu la ferrovia a cambiare l’aspetto del paese, il progresso. I binari della prima linea giunsero a metà dell’800, dopo una decina d’anni si aggiunse la seconda intorno al 1880 la zona divenne un vero e proprio nodo ferroviario con due diramazioni verso il nord della Francia.
Cambiava il paesaggio, i miei genitori dalla finestra non vedevano più soltanto la pianura ma anche due grandi e imponenti ponti in ferro. Mio nonno mi raccontava che un giorno una ditta produttrice di birra comprò i terreni della famiglia Battiston, i quali con i soldi guadagnati poterono a loro volta acquistare terra coltivabile oltre le colline. Fu per loro sicuramente un buon investimento, perché il nuovo appezzamento era all’incirca due volte più esteso di quello che possedevano. Il birrificio fu costruito in un anno e mezzo, era un fabbricato in mattoni rossi ben presto anneriti dal fumo delle locomotive, con il tetto leggermente spiovente. La fabbrica di birra assunse molti ragazzi della zona che non avevano lavoro oppure erano braccianti stagionali nei campi, e fu quello il momento in cui tutto cambiò. Non ci fu nemmeno il tempo di accorgersene, raccontava il nonno. Il birrificio divenne ancora più grande, ampliandosi. Fu allora che nel paese si trasferì la famiglia di Elodie, ben prima che lei nascesse, insieme a molte altre. L’industrializzazione aveva portato il lavoro, e la possibilità di cambiare, dando a molte famiglie la possibilità di vivere con maggiori sicurezze anche economiche, senza i mille patimenti di un raccolto andato a male per la siccità o per un’improvvisa grandinata estiva. Altri campi furono venduti, la famiglia Bereguard comprò terreni in collina che divennero vigneti, e il loro vecchio podere vide sorgere un’officina meccanica; nel 1898, con coraggio, Auguste Sauvignon – detto “Bec de Canard” per quel nasone che pareva veramente il becco di un’anatra – investì i suoi averi per erigere la tipografia. Un passo rischioso ed azzardato, quando saper leggere e scrivere non era ancora una possibilità per tutti. S’aiutava nei campi fin da piccoli e tempo e denaro per frequentare le scuole elementari erano un privilegio di pochi. La società delle ferrovie capì che il paese non era soltanto un semplice nodo dove far correre treni smistandoli verso le città più importanti; decisero di costruire la stazioncina, tra fabbriche e case e alle spalle la collina; all’inizio partiva e arrivava un solo treno passeggeri, giungeva in stazione al mattino e ripartiva nel tardo pomeriggio, raccogliendo dai villaggi circostanti la manovalanza delle fabbriche. Il treno, ancora oggi, fatica per arrivare a destinazione, sono necessarie manovre lunghe e complesse. Gli ingegneri optarono per una stazione di testa, così che potesse ospitare anche un piccolo scalo merci ed essere il ricovero per alcune locomotive: dalla linea principale si dirama un binario che si inerpica sulle pendici della collina, passando proprio davanti alla casetta con il tetto di paglia e a pochi metri dal cortiletto di Elodie. Non avendo spazio a disposizione dove costruirono la stazione, aggiunsero anche un piccolo deposito per il carbone e il serbatoio per l’acqua lungo la linea principale. Il Tortillard, dove una volta ci si ritrovava la sera per un bicchiere di vino dopo aver trascorso una giornata di semina o vendemmia, divenne sempre più frequentato: la famiglia Peyregue aveva anche ristrutturato i locali e il grammofono aveva cambiato di molto le usanze e gli approcci dei ragazzi alle fanciulle.

Non tutti si adeguarono, accettando il cambiamento. La famiglia Delacroix proprietaria di un podere in collina e di un terreno che mai coltivarono, lasciando un boschetto che ancora oggi ombreggia la zona davanti alla stazione, non accettò mai di vendere le proprie proprietà. Abitano ancora lì, al limitare del loro macchia d’alberi, tra la tipografia e l’officina di Gilbert Pichaud, bruciata alcuni anni fa in circostanza mai chiarite; si svolsero anche delle indagini che videro i Delacroix come principali accusati, ma non emerse mai nulla a provare la dolosità dell’incendio. Rimasero anche le famiglie “d’Oltre Ponte”, come ormai sono chiamati quelli che abitano nei pressi dei grandi viadotti metallici . Incastrata tra i due viadotti è stata costruita in seguito un’altra industria meccanica. Quando passa il treno scompare in una nuvola di fumo nero, che ha colorato di tinte grigiastre ed opache i mattoni dell’edificio.

Per vent’anni, ogni giorno ho percorso la stessa strada: uscivo dalla porta di casa, attraversavo il raccordo a binario unico che unisce la stazione alla linea, superando quest’ultima su un camminatoio situato in prossimità del portale di una galleria. Scendevo verso i binari, costeggiandoli per alcuni metri, infilandomi tra il muro del birrificio e l’edificio amministrativo costruito dalla società delle ferrovie; ogni giorno, “bonjour Séba”, “bonjour Hélène”, “bonjour Lucien”. I miei amici, quelli vecchi e quelli nuovi, che lavoravano al birrificio o all’officina o per le ferrovie; il saluto a Bernard, l’unico abitante del villaggio ad essere stato in grado di comprarsi una moto. A volte da solo, a volte con Elodie, quando iniziavamo a lavorare alla stessa ora. Quando è nato nostro figlio ci siamo chiesti entrambi se non fosse stato il caso di trasferirci in una città più grande; forse quel paesino in futuro sarebbe caduto in disgrazia e le voci che parlavano di una guerra imminente non erano le più rassicuranti. Potevamo andare a Parigi, dove avremmo trovato i miei genitori, oppure a Bordeaux sulla costa, dove abitava il più grande dei fratelli di Elodie. Pensammo molto a questa possibilità, forse anche la monotonia delle giornate ci stava rendendo più deboli e desiderosi di cambiare, di vedere cose nuove, di rimetterci in gioco. Eppure qualcosa ci tratteneva, pensavo a questa ipotesi ogni volta che mio figlio, crescendo, mi chiedeva di portarlo “a vedere i treni in stazione”. Ormai ne partiva anche uno al mattino e ne arrivava uno verso sera, era il treno che portava la gente a lavorare fuori. Le distanze si erano accorciate, c’era gente nuova in paese ed altri se ne erano andati, chi a Parigi, chi – come i Choucrute – avevano venduto i propri beni salpando per l’America. Un giorno, stavano finendo gli anni ’30, Elodie tornò a casa con un’aria strana, spaventata ed allo stesso tempo eccitata. Le chiesi cosa fosse accaduto, lei quasi non riusciva a parlare. Finalmente, dopo aver bevuto un bicchier d’acqua, riuscì a raccontare; i Peyregue, ormai anziani, avevano deciso di partire per la Bretagna. Non avendo mai avuto figli, forse perché troppo indaffarati con la locanda, avevano preso la decisione di cederla a Elodie, per i Peyregue una della famiglia. L’avevano adottata, con affetto e senza chiedere mai nulla in cambio, e lei non li aveva mai traditi. A volte si ha paura a prendere delle decisioni e si spera nel destino, che sappia consigliarci e guidarci. Quella sera d’estate facemmo una lunga passeggiata, passammo tra fabbriche annerite del fumo delle locomotive, costeggiammo il boschetto dei Delacroix, salimmo la collina sopra la stazione: il sole stava calando, illuminando d’oro i campi di grano della pianura. Monsieur Boscard stava tagliando la legna, l’inverno era lontano ma quella serata non troppo calda lo indusse a pensare che poteva portarsi avanti con il lavoro. Rimasi a guardare verso l’orizzonte e a pensare ai tanti ricordi antichi, a quelle memorie, a quelle speranze semplici, fatte di pane e lavoro. Non sarà il paradiso, il paese dove son nato, ma ascoltando Boscard canticchiare e guardando quei campi dorati che si perdono in lontananza, riuscii soltanto a sentire nel mio cuore un grande amore. Nostro figlio scese saltellando dalla collina, misi un braccio attorno alle spalle a Elodie e ci incamminammo verso il villaggio. L’indomani saremmo andati dai Peyregue a firmare alcune carte.


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MessaggioInviato: domenica 15 giugno 2008, 13:50 
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Nome: Fabrizio Ferretti
Iscritto il: sabato 14 gennaio 2006, 16:31
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Località: Fabriano
Ha fatto sempre tempo brutto dalle tue parti, eh? :wink:
Quando finisco di leggerlo, ti faccio sapere!
Ciao, Fabrizio. :wink:


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MessaggioInviato: lunedì 16 giugno 2008, 10:26 
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Iscritto il: domenica 2 luglio 2006, 22:21
Messaggi: 422
...vista che anche dal quadro di Comando non si riesce a risalire : qualcuno sa lo schema di questa plastico ?
Grazie
SalutoNi
Mario


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MessaggioInviato: lunedì 16 giugno 2008, 13:25 
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Iscritto il: sabato 6 ottobre 2007, 10:23
Messaggi: 270
Ti rimando al filetto in cui se ne è parlato: ci sono planimetria originale, planimetria provvisoria per esigenze scenografiche e alcune immagini.

viewtopic.php?t=22098


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: sabato 20 febbraio 2010, 21:40 
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Iscritto il: lunedì 3 agosto 2009, 16:15
Messaggi: 13
Grazie del racconto, davvero singolare, che leggerò con calma. Essendo appassionato di lettura mi fa piacere trovare in questo forum anche riferimenti ai treni e al modellismo in letteratura. In merito ai libri sui treni, ho visto più volte citato "La bestia umana" di Zola, specie in riferimento al film con J. Gabin tratto dal romanzo. Da parte mia posso consigliare lo splendido e allucinato racconto "Il tunnel" di F. Durrenmatt, in cui si parla di un treno che imbocca un tunnel senza fine che porta verso il centro della terra... Mi viene anche in mente il racconto "Sfortuna" di un altro autore svizzero, F. Glauser, che ha come protagonista un caselante. Poi il racconto giallo "Stazione Centrale ammazzare subito" di Scerbanenco, tratto dalla raccolta "Milano calibro nove", ruota in buona parte attorno alla stazione di Milano. Ricordo anche un paio di testi dei "Sessanta racconti" di Buzzati che hanno come ambientazione il treno, in particolare "Qualcosa era successo". Se me ne vengono in mente altri li aggiungerò, l'elenco è davvero assi incompleto. Ho anche un paio di miei testi, ma per ora è meglio non essere invadenti. Per quanto concerne il modellismo, tempo fa ho letto, non ricordo dove, un racconto di un autore americano in cui si parlava di un individuo dall'esistenza grigia e ricca di amarezze (tra tutte il tradimento della moglie), che fa una ragione di vita del suo plastico fino ad annullarsi in esso... purtroppo non ricordo altro, qualcuno mi può aiutare a rammentare autore e titolo? Spero di non avervi attediato.
Gianni


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: sabato 20 febbraio 2010, 22:13 
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Iscritto il: venerdì 17 marzo 2006, 14:12
Messaggi: 1001
Località: Luzern, Schweiz
Che dire... conoscendo fin da bambino il plastico ed avendoci fantasticato sopra nelle foto trovate nei vari libri di modellismo
ferroviario che mio padre di quando in quando comprava nei suoi viaggi in Gran Bretagna (allora non riuscivo a leggere l'inglese,
quindi mi accontentavo delle foto), mi è sembrato di fare un salto indietro a quando anche io cercavo di trovare una "storia"
per ogni impianto che vedevo, cercavo di capire il perchè certi edifici erano in un determinato posto piuttosto che un altro e
così via...

Ringrazio ancora l'amico Johnny Decauville per il bellissimo racconto che è riuscito a farmi ricordare una cosa della mia gioventù/infanzia che avevo praticamente dimenticato...

Questi sono i thread che mi piacciono, una serie di quelli per cui è bello essere iscritto a questo forum :D

grazie ancora!

Alessandro


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: domenica 21 febbraio 2010, 1:40 
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Iscritto il: lunedì 26 marzo 2007, 23:29
Messaggi: 58
Località: Roma
Grazie Johnny per il grazioso racconto...letto molto volentieri :!: :!: :!:


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: domenica 21 febbraio 2010, 9:07 
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Nome: Maurizio
Iscritto il: martedì 27 giugno 2006, 12:27
Messaggi: 506
Località: Roma
l'ho letto anche io tutto di un fiato
grazie


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: domenica 21 febbraio 2010, 9:32 
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Iscritto il: lunedì 30 gennaio 2006, 19:38
Messaggi: 134
Località: bergamo
L'ennesima prova che il modellismo ferroviario è un'arte che può essere espressa con molteplici forme.

ciao

gabriele


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: domenica 21 febbraio 2010, 14:11 
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Iscritto il: sabato 4 luglio 2009, 22:25
Messaggi: 4050
Località: Brescia
Grazie,finalmente un raggio di sole tra una pletora di banalità!


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: domenica 21 febbraio 2010, 23:55 
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Iscritto il: sabato 6 ottobre 2007, 10:23
Messaggi: 270
Caspita, nemmeno io mi ricordavo di averlo scritto (viste le castronerie, è invece evidente che io non lo abbia riletto all'epoca). Ringrazio il forumista archeologo che ha ripescato questa mia antichità e tutti gli amici così lusinghieri nei loro commenti!

Sono passati due anni e il "triangulaire" di Lamming è sempre la mia personale Arcadia fermodellistica. E continuo a ragionare su come riproporlo a scartamento ridotto...


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: martedì 23 febbraio 2010, 10:51 
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Iscritto il: martedì 17 gennaio 2006, 12:44
Messaggi: 578
Località: Pavia-Bologna-Pietra Ligure
Mercì Mesieur Decauville!!!!! :D :D :D


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 Oggetto del messaggio: Re: Una vita tra i binari
MessaggioInviato: martedì 23 febbraio 2010, 14:54 
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Iscritto il: lunedì 3 agosto 2009, 16:15
Messaggi: 13
Bello, veramente bello, davvero originale l'idea di dar parola e vita a un personaggio del plastico: il fatto che i personaggi, come gli edifici e treni siano stati costruiti dall'uomo non significa che non abbiano vita propria. Complimenti davvero, forse necessiterebbe solo qulche lieve revisione stilistica, ma non è il caso di sottilizzare in questa sede.
Allora, già che siamo in tema, propongo un mio racconto d'ambientazione ferroviaria, senza la pretesa di competere col bel testo di chi mi ha preceduto. Non si tratta di modellismo ma di ferrovia reale, anche se l'ispirazione me l'ha data uno dei miei primi modelli, una loco diesel amerciana della Bachmann. Spero di poter dire buona lettura!


ALASKA RAILROAD

Il mugghio dei due motori saliva regolare, il fumo si attorceva in volute più nere contro il cielo che si faceva giorno, un ultimo spasimo come se fosse per scoppiare e infine la macchina gialla e blu mosse dal binario, districandosi tra la ragnatela degli scambi con il lungo treno di carri che la seguivano obbedienti, i carrelli tesi ad ogni scarto. Matthew Trotta anelava al tempo di essere fuori dal fumo attaccaticcio dello scalo, fuori dal grigiore basso dei capannoni, fuori dalla realtà, e prendere la via libera verso le foreste appena tagliate dalla ferrovia, verso le distese dove l’inverno si posava senza stagione, e poi più su, fino all’orizzonte inviolato dei monti che sagomavano il mattino.
La neve insudiciata dell’uomo giaceva nera, ammonticchiata ai lati dei binari, ma piano piano la realtà si restringeva, si allentavano le maglie e finalmente Matthew Trotta poteva dare velocità sull’unico, interminabile binario; qualche stazioncina dove la rete si ramificava ancora un poco, forse doveva sostare per una precedenza, o incrociare qualche convoglio in manovra ma poi la ferrovia sarebbe stata di nuovo sua, fino all’ombra dei primi alberi che si avvicinavano, fino alle linee dei monti sempre più distinte nell’avanzare del giorno. Il piano di neve ai lati della ferita aperta dai binari pareva un cristallo sotto i primi, promettenti raggi del sole.
Matthew Trotta godeva del borbottare sicuro dei due motori che mangiucchiavano la strada senza premura, con la buona lentezza del treno merci che aveva eletto a sua vita. Il silenzio cupo degli alberi l’aveva accolto per un bel tratto e già intravedeva un’altra, profonda distesa di neve; un passaggio a livello con il tintinnio di monito che già lo inseguiva, un binario morto per pochi vagoni dimenticati nella ruggine e poi il candore di altri campi, altre foreste da trascorrere con la buona lentezza del suo treno merci fino a salire l’orizzonte prima che fossero di nuovo uomini e merci, intrico di rotaie e neve infetta di fuliggine; non sapeva ancora, Matthew Trotta, che anche lì l’aspettava, nera come un’ombra dietro l’angolo, la realtà.
Il rapinatore si era trovato la fuga sbarrata da quella maledetta fila di vagoni che procedevano irridenti, a passo di strazio, e solo un’inchiodata velenosa gli aveva evitato di finirci sotto; le sirene ululavano come cani famelici da qualche parte, tra poco potevano essere lì e quei vagoni non volevano più finire, vedeva le ruote scattare impercettibilmente in avanti come lancette che segnavano ore di condanna. Uscì di furia dall’auto lasciando la portiera aperta, alla sua sinistra il locomotore giallo e blu con la scritta cubitale sulla fiancata, poco avanti quel segnale rosso, irremovibile che sapeva di legge; e scelse.
Matthew Trotta si preparava ad arrestare, appena seccato della fermata, quando la porta sbatté con violenza a fianco a lui e si vide puntata contro la realtà.
– Non fiatare, quando ti danno il via guida come al solito. E non provare a giocarmi, ne ho già spedito uno all’inferno e ci metti niente a fargli da compagno.
Le sirene si disperdevano, i cani famelici avevano smarrito le tracce e ululavano invano da qualche altra parte. Poco dopo venne il segnale verde.
– Parti – ghignò il rapinatore accarezzandogli la faccia con la canna.
Superato l’attimo iniziale di sorpresa, Matthew Trotta aveva recuperato in breve i soliti gesti e ripreso la marcia. Il locomotore sussultò appena sullo scambio, poi riguadagnò velocità nella pianura di neve che nessun sole avrebbe scaldato, la realtà a pochi centimetri da lui, aguzza come il freddo vitreo là fuori; i monti lontani incombevano senza conforto, nera la macchia di alberi che si profilava al termine del lungo rettilineo già leggera salita, dopo un accenno di curva. Dunque anche lì, dove meno l’aspettava poteva irrompere la realtà, mordere, braccare anche chi cercasse il tempo di esserne fuori; e ora la realtà aveva preso la forma oblunga e pestilente di un ghigno chiostrato di denti gialli e di una pistola che gli ripassava avidamente la guancia.
– Te la fai sotto, eh?
Spruzzi di saliva bagnavano il volto di Matthew Trotta, che fingeva completa attenzione ai comandi; sentiva su di sé tutto l’alito della realtà, quella realtà che era piombata a trovarlo proprio dove con buona lentezza aveva creduto di fuggirla, ma continuava a guardare alla via, a quel nero di alberi che stava per inghiottire il treno, superato l’accenno di curva, ai contorni sempre più lontani dei monti.
– Non l’avresti detto, vero?
Il rapinatore inclinò bestialmente il suo ghigno, scivolandogli la canna dalla tempia al mento.
– Tu fai il bravo, ma potrebbe non salvarti lo stesso.
– Lo so – disse Matthew Trotta.
– Ah, lo sai – ringhiava il rapinatore. – E allora saprai anche che sei in mio potere. In potere di questa – e indicò la realtà.
Matthew Trotta torse il volto per fuggire l’alito di peste, scrutando il pannello dei comandi.
– Pensa, è un attimo: io premo il grilletto e faccio saltare quella tua faccia di merda.
– È lo stesso. Tanto non ho speranza – disse Matthew Trotta.
– Può darsi che tu l’abbia, come no. Sono cose che non si possono sapere prima. Basta un dito tirato indietro, un attimo.
– Non intendo questo – ribadì Matthew Trotta. – Io non ho speranza. Sono sempre vissuto senza speranza.
Il rapinatore raddrizzò un poco lo sguardo bovino.
– Vissuto senza speranza... forse vuoi cavartela con delle belle parole, ma non m’incanti. – Premette la canna della pistola sulla guancia. – Dovresti averlo capito, che non puoi fare il furbo con me. Basta un dito…
– Intendo che quando uno vive senza speranza mette in conto tutto, della realtà.
– Anche che un colpo spappoli la tua faccia di merda?
– Anche. Come qualsiasi altro imprevisto. Per esempio…
– Per esempio cosa?
– Una frenata brusca.
Fu un attimo, come aveva detto il rapinatore. La mano di Matthew Trotta era già posata sul freno d’emergenza, e lo aprì del tutto. Il locomotore fu schiacciato in avanti da una mano gigantesca; le ruote stridevano scintille rabbiose sui binari, mentre tutto il treno sembrava appiattirsi sulla cabina di guida; Matthew Trotta si aggrappò al mancorrente e si tenne in piedi, mentre il rapinatore finiva senza controllo sul quadro comandi.
I due motori borbottavano al minimo, tornati regolari e pronti alla marcia. Il rapinatore giaceva riverso sul pannello, doveva aver battuto nella frenata, non sapeva tutto l’imprevisto come Matthew Trotta, che se l’era cavata con un bel dolore al gomito; la faccia piegata innaturalmente di lato, gli occhi sbarrati su qualche strumento di bordo, un rigagnolo di sangue gli colava dalla bocca rimasta aperta nel suo ghigno, come un gatto finito sotto un’auto e toccato dal paraurti quanto bastasse.
Matthew Trotta spalancò la porta del locomotore alla sua sinistra, sollevò la realtà dal quadro comandi e tenendola goffamente sotto le ascelle la spinse fuori. Il fantoccio inclinò di lato e rimase un attimo piegato in due sulla ringhiera, con le braccia e la testa ciondolanti nel vuoto, infine compì un mezzo giro su se stesso e rotolò per la massicciata, verso la bianchezza della neve che resisteva alla ferrovia; la realtà espulsa, eliminata dall’orizzonte che si rifaceva vicino.
Matthew Trotta ridiede pressione ai due motori. Qualche goccia di realtà bagnava ancora il quadro comandi, ma l’avrebbe rimossa presto con uno straccio. Il locomotore risalì di tono e buttò al cielo volute di fumo più spesse, poi la tensione si sciolse e ricominciò la sua marcia, tirandosi dietro la lunga scia di carri merci con la sua solita, tenace, buona lentezza.
Matthew Trotta depose lo straccio appena imbevuto di realtà in un angolo del pannello; solo allora i suoi piedi toccarono la pistola. Si chinò a raccattarla e l’ultimo residuo di realtà volò fuori dal finestrino. Davanti a lui i monti, sempre più distinti nel sole, si facevano incontro a proteggerlo nel loro conforto inviolato.


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