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Dal capitolo quindici del romanzo, ancora inedito "La bocca del fuoco - i segreti della sinfonia scomparsa" di Pierpaolo Serarcangeli
Ormai avevo appreso più o meno tutti i particolari che si celavano dietro i misteri della Quinta sinfonia e l'eventualità che la partitura restasse relegata in un cassetto a casa di Maeva mi sembrava sempre più probabile.
Questa volta, su consiglio di Laura, ho lasciato l'auto in garage e ho preso il treno che parte da Roma Termini alle 9,50. Del resto a Pesaro posso anche spostarmi a piedi senza problemi. Se l'orario di viaggio fosse stato rispettato sarei arrivato alle 14,13. Più di quattro ore da passare all'interno dell'Eurostar. Mi ero munito, quindi, di un quotidiano e di un libro che mi avrebbero aiutato a far trascorrere il tempo . Il paesaggio sfilava veloce al di là del finestrino e mutava continuamente, dal giallo e marrone dei terreni caolinosi e dei calanchi che caratterizzano alcune parti della campagna romana, assieme a qualche dirupo argilloso che lacera improvvisamente la comparsa di un dosso e di pochi rilievi, ai declivi ombrosi e verdi, quasi scintillanti e solcati da improvvisi rigagnoli e corsi d'acqua che annunciano dolcemente il territorio che appartiene all'Umbria, prima che inizi la sequenza di gallerie e cominci il tratto montuoso del tracciato, quello appenninico.
Più che leggere lasciavo che i miei pensieri vagassero senza seguire un ragionamento preciso.
È strano osservare quel che scorre davanti agli occhi, nei pressi di una ferrovia. Non si riesce quasi mai ad afferrare bene un particolare, la caratteristica di uno scorcio, l'estensione di un prato o di una vigna, i tetti di una fabbrica, una costruzione di campagna, un paese che appare lontano, appeso come una spilla ai lati di una collina, o le case e gli incroci di un abitato che viene sfiorato, quasi profanato dal passaggio rapido del convoglio. Tutto cambia continuamente, appare e poi scompare perché all'improvviso sembra che i binari vengano inghiottiti dalla terra e corrono lungo una specie di trincea, poi d'un tratto torna una luce che abbaglia e ci si trova in alto, su qualche terrapieno o in posizione dominante, sopra i piloni di un viadotto ferroviario o di un ponte.
Si ha la sensazione che si stia fuggendo da qualcuno, da qualcosa. Ma ci si allontana in piena tranquillità, senza crucci o problemi, dalla consuetudine, dalla vita quotidiana, consapevoli che all'arrivo troveremo comunque quel che volevamo trovare. Il treno non tradisce. Il treno accoglie e accompagna facendo scomparire momentaneamente, come per magia, qualsiasi responsabilità, qualsiasi ombra che possa anche in parte rovinarci l'esistenza. Non si deve badare troppo al percorso, non si deve porre attenzione alla guida, non occorre guardare i cartelli stradali, non bisogna affrontare un sorpasso o dare strada a chi ci segue e va più veloce di noi. Il treno ci culla e nulla ci vieta di cedere al più completo relax, di dimenticare quasi la realtà e magari di abbandonarci a una specie di sopore che può condurci facilmente alla soglia del sonno; il nostro stato di vigilanza può venir meno senza che per questo ci si senta in colpa o che si avverta l'obbligo di essere impegnati a fare per forza qualcosa. Il treno, quando si viaggia comodamente, col posto prenotato, è tranquillità e ordine. Un po' di caos, un po' di disordine si avverte durante la sosta in qualche stazione. C'è il passaggio di coloro che salgono e di coloro che scendono. Facce nuove. Un saluto; un abbraccio. Una comitiva di ragazzi. Talvolta giunge all'orecchio qualche parola straniera.
Provavo una sensazione di calma, insomma. Nulla a che vedere col disagio di cui si lamentano coloro che ogni giorno sono obbligati a salire su un treno per pendolari, super affollato, carente di pulizia e di manutenzione, con le ritirate quasi sempre inservibili. Stavo godendo del tempo che passa, pensando già all'arrivo, quando avrei preso la mia valigetta e sarei sceso dalla carrozza tra gli annunci di un altoparlante, il fischio di un locomotore e una fila di gente che mi precede e mi segue.
Avevo paura di addormentarmi e per questo ogni tanto mi alzavo dal mio posto e magari raggiungevo, senza un motivo, il vagone seguente, poi tornavo indietro, mi guardavo attorno e tornavo a sedermi.
A poco a poco cominciavo ad avvertire l'esigenza di pensare concretamente a qualcosa. Allora mi venne in mente Fabrizio. Prima o poi avrei dovuto fare con lui un lungo discorso; più che lungo, un discorso diretto, schietto, privo di reticenze, di remore, di cose lasciate in sospeso. Eravamo amici da anni e non era giusto che fra noi due ci fosse qualcosa di poco chiaro o di difficile comprensione. Ero sicuro che lui fosse al corrente di tutto, ovvero di tutti i particolari che io avevo appreso, con tanta pazienza, stando dietro a Ireneo e a suo padre. Di certo non mi ero sbagliato quando ebbi il sospetto che lui sapesse dell'esistenza della Quinta sinfonia. E sicuramente conosceva bene Eugenio e tutta la sua storia. Non ero altrettanto certo che si fosse mai incontrato con Maeva. Ma prima o poi, con lui avrei chiarito tutto. Era solo questione di tempo. Del resto se, come supponevo, Ireneo l'avesse pregato (e con certezza, secondo me, l'aveva fatto) di tenere per sé tutti i numerosi risvolti che poi anche a me, poco per volta, erano stati illustrati, non è che io mi sentivo offeso perché lui si era attenuto, con correttezza, a quanto gli era stato detto di fare. Le varie storie, quella della sinfonia, oppure certi particolari che riguardavano il passato di Alceo, ma soprattutto le vicende di Eugenio, racchiudevano elementi delicati, troppo personali, magari anche inquietanti, che sarebbe quasi stato bene nascondere anziché divulgare.
Stavo, insomma, pensando tranquillamente ai fatti miei, in una carrozza molto silenziosa e con diversi posti ancora liberi.
Davanti a me sedeva una ragazza, delicata e carina, che aveva sistemato in alto, sul vano portaoggetti, la voluminosa custodia di uno strumento musicale, certamente di un violoncello. Pensai che anche lei fosse diretta a Pesaro, magari al Conservatorio, che però ormai doveva essere chiuso o forse era ancora accessibile per gli ultimissimi giorni di esami. Solo la nostra Fondazione prolungava l'apertura e le lezioni fino alla prima decade di luglio. Osservai un po' questa ragazza, che stava leggendo, ma posai gli occhi su di lei senza una ragione, solo perché mi stava di fronte. Sarebbe stato facilissimo attaccare discorso con la scusa della musica, ma decisi che proprio non fosse il caso. Mi ero appena deciso a sfogliare il giornale, del quale avevo letto di sfuggita solo i titoli in prima pagina, quando mi accorsi che il mio cellulare stava suonando. Sul display un numero che non era nella mia rubrica. Risposi, con la speranza che la ricezione, in quel punto, sarebbe stata accettabile.
Si trattava di Eugenio. Eugenio Donati.
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