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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Per chi non l' ha potuto vedere
MessaggioInviato: martedì 11 agosto 2015, 21:13 
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Iscritto il: domenica 14 marzo 2010, 21:37
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Località: Faenza
Apro questo filetto con l' idea di creare uno spazio di descrizioni di aspetti modellistici, e non, ad uso di chi non ha la possibilità di vederli.
Un pensiero particolare và ad uno dei frequentatori del forum, che ha visto in passato ed ora non ne ha più la possibilità a causa di una malattia.

Chi non ha la vista può leggere tramite appositi programmi, che pronunciano in voce ciò che è scritto.
Per facilitare l' uso del programma di lettura è bene curare la punteggiatura in modo che il testo non risulti incomprensibile.


Stefano Minghetti

p.s.
Per verificare la leggibilità del proprio testo si può fare la prova con Google Traduttore.
Si inserisce il testo e si clicca Ascolta, ovvero il simbolo altoparlante.

Per capire la differenza di senso al variare della punteggiatura, inserire e far pronunciare le seguenti due frasi :

Il modellista dice, la locomotiva non è potente

Il modellista, dice la locomotiva, non è potente


La differenza stà solo nella posizione di due virgole.


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 Oggetto del messaggio: Re: Per chi non l' ha potuto vedere
MessaggioInviato: martedì 11 agosto 2015, 21:14 
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Iscritto il: domenica 14 marzo 2010, 21:37
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Località: Faenza
Gr 625 OSKAR

Una sera stavo leggendo un TuttoTreno e mi soffermai sul disegno particolareggiato della Gr 625.
Mi riguardai quelle ruote di dimensione intermedia fra quelle della Gr 740 e quelle della Gr 685.
Ad un' osservazione estetica possono apparire sgraziate, una mezza misura che non appaga l' occhio.
Ma, tecnicamente, hanno un altro appeal. Ne facevano, infatti, una macchina versatile, adatta a treni merci e passeggeri. La potenza non era la massima ottenibile ai tempi, ma era proporzionata al peso dei treni da trainare.

La ricordo in testa ad uno degli ultimi merci della Faenza - Lavezzola.
Al via il treno iniziò a muoversi lentamente. Si trattava di una ventina di carri interfrigo a due assi, allora riprodotti da Rivarossi in 1:80.
Passarono circa 3..4 secondi quando, dopo aver percorso 1..2 metri, si udì il primo colpo di scappamento.
Molto gradatamente il convoglio prendeva velocità, e piano piano i colpi di scappamento si ravvicinavano.
Ma la velocità era ancora bassa, tanto che lo scambio incrocio situato circa 200 metri più in là, venne percorso a circa 20 km/h, quindi ben al di sotto della velocità limite della deviata.

Poi, avvenne che acquistai il modello OsKar.
La cosa chi più mi colpì fù il colore della caldaia. Un nero lucente che mi ricordava molto quello della vera.
Assieme al rosso spento delle ruote, fà scattare nel mio cervello l' identificazione con la vera.
A questo si aggiunge la proporzione generale della locomotiva, che mi ricorda la sagoma di un cane nero a pelo liscio. La caldaia mi ricorda il corpo, e la cabina mi ricorda il muso con la bocca aperta. Può sembrare strano, ma queste sono le sensazioni che mi suscita.

Poi, guardando con attenzione, vedo tanti particolari : la finezza del biellismo, le chiodature sul telaio, in corrispondenza del blocco cilindri motori interno al telaio, i tanti tubini paralleli e sottili che distribuiscono l' olio nei punti critici, la riproduzione dell' interno della cabina, nel quale si vede la leva del regolatore, pronta per essere azionata.

Le ruote non sono brutte, ma se ci fosse stata la possibilità di avere ruote totalmente realistiche, gliele avrei montate.
Questa macchina circola di rado, sul plastichino di mio figlio.

Ho anche una vecchia Gr 625 Serie Trenhobby Rivarossi. Era un modello talmente semplificato che, forse, avevano scelto la distribuzione Caprotti per avere meno pezzi da montare.
Ma anche confrontando la OsKar con la normale 625 Rivarossi, si vede che sono due ere differenti del modellismo, due ere geologiche. E non sono neppure sicuro che, come ere geologiche, siano consecutive.


Stefano Minghetti


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 Oggetto del messaggio: Re: Per chi non l' ha potuto vedere
MessaggioInviato: martedì 11 agosto 2015, 21:46 
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Iscritto il: martedì 7 aprile 2015, 17:35
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Che bella e nobile idea hai avuto, Stefano. Complimenti! Faccio l'editore e sono molto sensibile a questi argomenti. Condividere le nostre impressioni con chi non ha potuto o non può apprezzare certi aspetti della realtà (o della finzione modellistica, nel nostro caso) è una palese manifestazione di sensibilità e di altruismo. Mi auguro che molti altri messaggi, che molte descrizioni e narrazioni si aggiungano alla tua.
Il nostro mondo dei treni è 87 volte più piccolo della realtà (o 160 volte, senza dimenticare gli amici che coltivano la scala TT, che riduce la realtà di 120 volte) ma può diventare, grazie a idee come la tua... un mondo IMMENSO!
Hai tutta la mia solidarietà e la mia ammirazione. Se avrò tempo (devo prima di tutto pensare a quel che scrivono i miei autori) farò in modo di partecipare anche io.
Cari saluti. Sincere congratulazioni.
Pierpaolo.


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 Oggetto del messaggio: Re: Per chi non l' ha potuto vedere
MessaggioInviato: martedì 11 agosto 2015, 22:41 
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Iscritto il: martedì 7 aprile 2015, 17:35
Messaggi: 2182
Località: Roma
Ho cambiato idea. Riporto uno stralcio del quindicesimo capitolo di un mio romanzo che sta presso un editore importante, ma è ancora inedito (ovviamente non desidero pubblicarlo con la mia Casa editrice). In questo capitolo non si parla di modellismo, ma di un viaggio in treno. Vi sono spunti, impressioni, riflessioni che penso possano interessare chi si occupa di ferrovie.


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 Oggetto del messaggio: Re: Per chi non l' ha potuto vedere
MessaggioInviato: martedì 11 agosto 2015, 22:44 
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Iscritto il: martedì 7 aprile 2015, 17:35
Messaggi: 2182
Località: Roma
Dal capitolo quindici del romanzo, ancora inedito "La bocca del fuoco - i segreti della sinfonia scomparsa" di Pierpaolo Serarcangeli


Ormai avevo appreso più o meno tutti i particolari che si celavano dietro i misteri della Quinta sinfonia e l'eventualità che la partitura restasse relegata in un cassetto a casa di Maeva mi sembrava sempre più probabile.

Questa volta, su consiglio di Laura, ho lasciato l'auto in garage e ho preso il treno che parte da Roma Termini alle 9,50. Del resto a Pesaro posso anche spostarmi a piedi senza problemi.

Se l'orario di viaggio fosse stato rispettato sarei arrivato alle 14,13. Più di quattro ore da passare all'interno dell'Eurostar. Mi ero munito, quindi, di un quotidiano e di un libro che mi avrebbero aiutato a far trascorrere il tempo
.
Il paesaggio sfilava veloce al di là del finestrino e mutava continuamente, dal giallo e marrone dei terreni caolinosi e dei calanchi che caratterizzano alcune parti della campagna romana, assieme a qualche dirupo argilloso che lacera improvvisamente la comparsa di un dosso e di pochi rilievi, ai declivi ombrosi e verdi, quasi scintillanti e solcati da improvvisi rigagnoli e corsi d'acqua che annunciano dolcemente il territorio che appartiene all'Umbria, prima che inizi la sequenza di gallerie e cominci il tratto montuoso del tracciato, quello appenninico.

Più che leggere lasciavo che i miei pensieri vagassero senza seguire un ragionamento preciso.

È strano osservare quel che scorre davanti agli occhi, nei pressi di una ferrovia. Non si riesce quasi mai ad afferrare bene un particolare, la caratteristica di uno scorcio, l'estensione di un prato o di una vigna, i tetti di una fabbrica, una costruzione di campagna, un paese che appare lontano, appeso come una spilla ai lati di una collina, o le case e gli incroci di un abitato che viene sfiorato, quasi profanato dal passaggio rapido del convoglio. Tutto cambia continuamente, appare e poi scompare perché all'improvviso sembra che i binari vengano inghiottiti dalla terra e corrono lungo una specie di trincea, poi d'un tratto torna una luce che abbaglia e ci si trova in alto, su qualche terrapieno o in posizione dominante, sopra i piloni di un viadotto ferroviario o di un ponte.

Si ha la sensazione che si stia fuggendo da qualcuno, da qualcosa. Ma ci si allontana in piena tranquillità, senza crucci o problemi, dalla consuetudine, dalla vita quotidiana, consapevoli che all'arrivo troveremo comunque quel che volevamo trovare.

Il treno non tradisce. Il treno accoglie e accompagna facendo scomparire momentaneamente, come per magia, qualsiasi responsabilità, qualsiasi ombra che possa anche in parte rovinarci l'esistenza. Non si deve badare troppo al percorso, non si deve porre attenzione alla guida, non occorre guardare i cartelli stradali, non bisogna affrontare un sorpasso o dare strada a chi ci segue e va più veloce di noi. Il treno ci culla e nulla ci vieta di cedere al più completo relax, di dimenticare quasi la realtà e magari di abbandonarci a una specie di sopore che può condurci facilmente alla soglia del sonno; il nostro stato di vigilanza può venir meno senza che per questo ci si senta in colpa o che si avverta l'obbligo di essere impegnati a fare per forza qualcosa. Il treno, quando si viaggia comodamente, col posto prenotato, è tranquillità e ordine. Un po' di caos, un po' di disordine si avverte durante la sosta in qualche stazione. C'è il passaggio di coloro che salgono e di coloro che scendono. Facce nuove. Un saluto; un abbraccio. Una comitiva di ragazzi. Talvolta giunge all'orecchio qualche parola straniera.

Provavo una sensazione di calma, insomma. Nulla a che vedere col disagio di cui si lamentano coloro che ogni giorno sono obbligati a salire su un treno per pendolari, super affollato, carente di pulizia e di manutenzione, con le ritirate quasi sempre inservibili. Stavo godendo del tempo che passa, pensando già all'arrivo, quando avrei preso la mia valigetta e sarei sceso dalla carrozza tra gli annunci di un altoparlante, il fischio di un locomotore e una fila di gente che mi precede e mi segue.

Avevo paura di addormentarmi e per questo ogni tanto mi alzavo dal mio posto e magari raggiungevo, senza un motivo, il vagone seguente, poi tornavo indietro, mi guardavo attorno e tornavo a sedermi.

A poco a poco cominciavo ad avvertire l'esigenza di pensare concretamente a qualcosa. Allora mi venne in mente Fabrizio. Prima o poi avrei dovuto fare con lui un lungo discorso; più che lungo, un discorso diretto, schietto, privo di reticenze, di remore, di cose lasciate in sospeso. Eravamo amici da anni e non era giusto che fra noi due ci fosse qualcosa di poco chiaro o di difficile comprensione. Ero sicuro che lui fosse al corrente di tutto, ovvero di tutti i particolari che io avevo appreso, con tanta pazienza, stando dietro a Ireneo e a suo padre. Di certo non mi ero sbagliato quando ebbi il sospetto che lui sapesse dell'esistenza della Quinta sinfonia. E sicuramente conosceva bene Eugenio e tutta la sua storia. Non ero altrettanto certo che si fosse mai incontrato con Maeva. Ma prima o poi, con lui avrei chiarito tutto. Era solo questione di tempo. Del resto se, come supponevo, Ireneo l'avesse pregato (e con certezza, secondo me, l'aveva fatto) di tenere per sé tutti i numerosi risvolti che poi anche a me, poco per volta, erano stati illustrati, non è che io mi sentivo offeso perché lui si era attenuto, con correttezza, a quanto gli era stato detto di fare. Le varie storie, quella della sinfonia, oppure certi particolari che riguardavano il passato di Alceo, ma soprattutto le vicende di Eugenio, racchiudevano elementi delicati, troppo personali, magari anche inquietanti, che sarebbe quasi stato bene nascondere anziché divulgare.

Stavo, insomma, pensando tranquillamente ai fatti miei, in una carrozza molto silenziosa e con diversi posti ancora liberi.

Davanti a me sedeva una ragazza, delicata e carina, che aveva sistemato in alto, sul vano portaoggetti, la voluminosa custodia di uno strumento musicale, certamente di un violoncello. Pensai che anche lei fosse diretta a Pesaro, magari al Conservatorio, che però ormai doveva essere chiuso o forse era ancora accessibile per gli ultimissimi giorni di esami. Solo la nostra Fondazione prolungava l'apertura e le lezioni fino alla prima decade di luglio. Osservai un po' questa ragazza, che stava leggendo, ma posai gli occhi su di lei senza una ragione, solo perché mi stava di fronte. Sarebbe stato facilissimo attaccare discorso con la scusa della musica, ma decisi che proprio non fosse il caso.

Mi ero appena deciso a sfogliare il giornale, del quale avevo letto di sfuggita solo i titoli in prima pagina, quando mi accorsi che il mio cellulare stava suonando. Sul display un numero che non era nella mia rubrica. Risposi, con la speranza che la ricezione, in quel punto, sarebbe stata accettabile.

Si trattava di Eugenio. Eugenio Donati.


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 Oggetto del messaggio: Re: Per chi non l' ha potuto vedere
MessaggioInviato: mercoledì 12 agosto 2015, 6:53 
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Iscritto il: martedì 15 agosto 2006, 12:09
Messaggi: 3213
Stefano mi permetto una piccolissima chiosa.
Non voglio che sia vista come una polemica, soprattutto non riferita a te: è più una battaglia personale contro i mulini a vento.
Noi non ce ne rendiamo probabilmente conto ma la lingua italiana è una lingua difficile (secondo alcuni, in una ipotetica classifica di difficoltá, viene al terzo posto dopo cinese e ungherese) però noi italiani, da nord a sud indistintamente, abbiamo il dovere di parlarla correttamente in ogni occasione.
Fin da bambini ci vengono insegnate le cosiddette regole: l'ortografia, la grammatica, la punteggiatura, addirittura la consecutio temporum.
Queste valgono sempre: non esiste una lingua corretta e una lingua da Forum dove ci si dimentica quella che dovrebbe essere la norma.
Io che sono un integralista linguistico introdurrei il reato di vilipendio alla lingua italiana: alla prima K via i diritti civili, al primo uso transitivo del verbo uscire una notte in carcere.


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 Oggetto del messaggio: Re: Per chi non l' ha potuto vedere
MessaggioInviato: mercoledì 12 agosto 2015, 11:27 
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Iscritto il: martedì 7 aprile 2015, 17:35
Messaggi: 2182
Località: Roma
Carissimo Stefano, Dario ha ragione. Per esempio (non mi riferisco a te, beninteso), pare che qui in Italia pochissimi sappiano usare l'accento: non sanno quando si mette quello grave e quando invece è opportuno (obbligatorio) quello acuto.
A te, invece un piccolo appunto (non volermene, per carità: lo faccio per lavoro con i miei autori, anche plurilaureati): "fù il colore..." "fu" va scritto senza accento. "Fà scattare!" il "Fa" va scritto senza accento, semmai, in frase imperativa ci va l'apostrofo: "fa' presto, mi raccomando!" (al posto di fai presto...). Anche "stà" l'hai scritto con l'accento: non ci va.
Perdonami èh! Ripeto: sono cose che faccio continuamente per lavoro...

Di nuovo cari saluti e buon ferragosto. Pierpaolo.


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